ISTRUZIONI PER UN PRELIEVO DI SANGUE
- Emilio Mordini

- 28 gen
- Tempo di lettura: 2 min

𝗘̀ 𝗶𝗻𝗰𝗿𝗲𝗱𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗶𝗺𝗽𝗮𝗿𝗮𝗿𝗲 da un piccolo biglietto. Lo impariamo insieme, amico lettore?
𝗤𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘃𝗲𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗶 𝘀𝗼𝗽𝗿𝗮 𝗿𝗶𝗽𝗿𝗼𝗱𝗼𝘁𝘁𝗼 𝗲̀ 𝗶𝗹 𝘁𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗶𝗹 "𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼" che si può ritirare all'ingresso del laboratorio analisi dell'ospedale della graziosa cittadina friulana in cui vivo ora. Non ha nulla che lo distingua dai bigliettini analoghi rilasciati ogni giorno da centinaia di strutture sanitarie in tutta Italia.
𝗜𝗻𝗻𝗮𝗻𝘇𝗶𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼, 𝘀𝘁𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗻 𝘂𝗻'𝗮𝘇𝗶𝗲𝗻𝗱𝗮. Un'azienda, come ci spiega il dizionario, è un luogo in cui si fanno cose, in cui si sbrigano le faccende (deriva dal latino 𝘧𝘢𝘤𝘪𝘦𝘯𝘥𝘢, cioè "cose da fare", "faccende"). Infatti, almeno in apparenza, qui sono tutti occupati. Poi scopro che siamo nel Friuli occidentale e che siamo nell'ospedale di San Vito al Tagliamento e che sono all'accettazione (non ho mai capito perché negli ospedali ci sia l'𝘢𝘤𝘤𝘦𝘵𝘵𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦, come se il paziente fosse una raccomandata, e non un'𝘢𝘤𝘤𝘰𝘨𝘭𝘪𝘦𝘯𝘻𝘢, come in molti altri posti).
𝗜𝗹 𝗯𝗶𝗴𝗹𝗶𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗼𝗿𝗮 𝗺𝗶 𝗶𝗻𝗱𝗶𝗰𝗮 𝘂𝗻 𝗺𝗶𝘀𝘁𝗲𝗿𝗶𝗼𝘀𝗼 "𝗣𝗲𝗿𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝗖-𝗦𝗩-𝗔𝗰𝗰𝗲𝘁𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲", seguito da una sigla, 𝗖𝟬𝟬𝟱𝟲, scritta in lettere e numeri giganti che esplodono al centro del pezzetto di carta. In piccolo, invece, mi viene comunicato che gli utenti in coda sono due, l'orario di prenotazione e la data di stampa del ticket. Così, scopro di non essere un paziente, ma un 𝘶𝘵𝘦𝘯𝘵𝘦, come quelli delle bollette dell'ENEL, e che il 𝘯𝘶𝘮𝘦𝘳𝘦𝘵𝘵𝘰 è un ticket, termine usato in italiano, secondo il vocabolario online della Treccani, "𝘱𝘦𝘳 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘤𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘲𝘶𝘰𝘵𝘢 𝘢 𝘤𝘢𝘳𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘴𝘴𝘪𝘴𝘵𝘪𝘵𝘪 𝘥𝘢𝘭 𝘚𝘦𝘳𝘷𝘪𝘻𝘪𝘰 𝘚𝘢𝘯𝘪𝘵𝘢𝘳𝘪𝘰 𝘕𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘭'𝘢𝘤𝘲𝘶𝘪𝘴𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘮𝘦𝘥𝘪𝘤𝘪𝘯𝘢𝘭𝘪 𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘦 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘵𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘮𝘦𝘥𝘪𝘤𝘩𝘦 (𝘢𝘯𝘢𝘭𝘪𝘴𝘪 𝘤𝘭𝘪𝘯𝘪𝘤𝘩𝘦, 𝘳𝘢𝘥𝘪𝘰𝘨𝘳𝘢𝘧𝘪𝘦, 𝘦𝘤𝘰𝘨𝘳𝘢𝘧𝘪𝘦, 𝘦𝘤𝘤.) (...) 𝘦 𝘯𝘦𝘭 𝘭𝘪𝘯𝘨𝘶𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭'𝘪𝘱𝘱𝘪𝘤𝘢 𝘱𝘦𝘳 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘤𝘢𝘳𝘦 𝘪𝘭 𝘵𝘢𝘨𝘭𝘪𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘪𝘦𝘯𝘦 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘦𝘨𝘯𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘢𝘭 𝘵𝘰𝘵𝘢𝘭𝘪𝘻𝘻𝘢𝘵𝘰𝘳𝘦 𝘢𝘭 𝘨𝘪𝘰𝘤𝘢𝘵𝘰𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘯 𝘨𝘭𝘪 𝘦𝘴𝘵𝘳𝘦𝘮𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘤𝘰𝘮𝘮𝘦𝘴𝘴𝘢". Ohibò!
𝗜𝗻𝗳𝗶𝗻𝗲, 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗻 𝗻𝗲𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼 che suona inevitabilmente un po' minacciosa: "𝗦𝗶 𝗽𝗿𝗲𝗴𝗮𝗻𝗼 𝗴𝗹𝗶 𝘂𝘁𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗮𝘁𝘁𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝘁𝘂𝗿𝗻𝗼". Apprendo, così, che c'è un turno e si dovrà attendere. Rimane come sospesa nel vuoto quella "U" maiuscola di rispetto riservata agli "utenti". Mi fa un po' di tenerezza, ricorda le lettere che scrivevano Totò e Peppino (rammentate? "𝘗𝘶𝘯𝘵𝘰! 𝘋𝘶𝘦 𝘱𝘶𝘯𝘵𝘪!... 𝘮𝘢 𝘴𝘪̀, 𝘧𝘢𝘪 𝘷𝘦𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘣𝘣𝘰𝘯𝘥𝘪𝘢𝘮𝘰... 𝘢𝘣𝘣𝘰𝘯𝘥𝘢𝘯𝘥𝘪𝘴 𝘪𝘯 𝘢𝘣𝘣𝘰𝘯𝘥𝘢𝘯𝘥𝘶𝘮”).
𝗧𝗼𝗿𝗻𝗼 𝗮 𝗰𝗮𝘀𝗮 𝗱𝗼𝗽𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗯𝗿𝗲𝘃𝗲 𝗮𝘁𝘁𝗲𝘀𝗮, 𝘀𝗼𝗱𝗱𝗶𝘀𝗳𝗮𝘁𝘁𝗼, 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝘀𝗼𝗺𝗺𝗮𝘁𝗼, 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗮𝘃𝘃𝗲𝗻𝘁𝘂𝗿𝗮. Ho incontrato solo persone gentili, dai volontari all'accoglienza fino all'infermiera che continuava a scusarsi perché una goccia di sangue aveva quasi sporcato la mia camicia bianca. Persino l'impiegata allo sportello (categoria verso cui nutro sempre sospetti) era quasi simpatica.
𝗜𝗻 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗼, 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗶𝗻𝘃𝗼𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮𝗿𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲, 𝗾𝘂𝗲𝗹 𝗯𝗶𝗴𝗹𝗶𝗲𝘁𝘁𝗶𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗶𝗹 "𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼" è un po' l'equivalente contemporaneo delle antiche laminette d'oro che i seguaci dei misteri orfici, nella Grecia prima di Cristo e nei primi secoli dopo, mettevano nelle tombe vicino ai morti per indicare loro la strada da seguire quando sarebbero arrivati nell'aldilà: "𝘋𝘪 𝘔𝘯𝘦𝘮𝘰𝘴𝘪𝘯𝘦 𝘦̀ 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘴𝘦𝘱𝘰𝘭𝘤𝘳𝘰. 𝘘𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘵𝘪 𝘵𝘰𝘤𝘤𝘩𝘦𝘳𝘢̀ 𝘮𝘰𝘳𝘪𝘳𝘦, 𝘢𝘯𝘥𝘳𝘢𝘪 𝘢𝘭𝘭𝘦 𝘤𝘢𝘴𝘦 𝘣𝘦𝘯 𝘤𝘰𝘴𝘵𝘳𝘶𝘪𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘈𝘥𝘦: 𝘤'𝘦̀ 𝘶𝘯𝘢 𝘧𝘰𝘯𝘵𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘥𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢...”.
𝗘 𝗳𝗮𝗰𝗰𝗶𝗼 𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗰𝗼𝗻𝗴𝗶𝘂𝗿𝗶.



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