UNA STORIA MINUSCOLA, FORSE IL DESTINO
- Emilio Mordini

- 14 feb
- Tempo di lettura: 2 min

𝗔 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗺𝗶𝗻𝘂𝘀𝗰𝗼𝗹𝗮 apre fenditure enormi nella vita delle persone. Non grandi eventi, non decisioni clamorose: dettagli minimi, apparentemente insignificanti, che però restano lì, in silenzio, per decenni. E poi, all’improvviso, riemergono.
𝗨𝗻 𝗯𝗮𝗺𝗯𝗶𝗻𝗼 𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗮 𝘀𝗳𝗼𝗹𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗖𝗮𝗿𝗻𝗶𝗮 𝗱𝗼𝗽𝗼 𝗶𝗹 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗲𝗺𝗼𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝟭𝟵𝟳𝟲. Una di quelle ferite collettive che il Friuli conosce bene e che non hanno mai smesso davvero di pulsare sotto la pelle. Viene accolto in una scuola di paese. In quella classe ci sono tre sorelle gemelle. Bambine anche loro. Si guardano, si si trovano reciprocamente simpatici, diventano compagni di banco, di ricreazione, di strada. Condividono un tempo breve, ma decisivo. Poi la vita fa quello che sa fare meglio: disperde. Ognuno prende il suo sentiero, senza clamore, senza addii memorabili. Fine della storia. Apparentemente.
𝗣𝗮𝘀𝘀𝗮𝗻𝗼 𝗰𝗶𝗻𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁’𝗮𝗻𝗻𝗶. 𝗖𝗶𝗻𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗮. 𝗨𝗻 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼 𝘀𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲 perché i ricordi sbiadiscano, si deformino, diventino quasi sospetti. E invece no. Un uomo scrive un post in un gruppo Facebook locale. Una richiesta semplice, quasi timida: “𝘘𝘶𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘰 𝘴𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘢 𝘥𝘪 𝘵𝘳𝘦 𝘨𝘦𝘮𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘧𝘳𝘦𝘲𝘶𝘦𝘯𝘵𝘢𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘭𝘢?”. Niente secondi fini, dice. Solo il desiderio di sapere se quella traccia è stata davvero reale.
𝗥𝗶𝘀𝗽𝗼𝗻𝗱𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘁𝗿𝗲. 𝗦𝗶 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗿𝗱𝗮 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼. Si ricorda di lui. Si ricorda dell’amico Enrico, anche lui sfollato. I volti, i nomi, la sensazione di quei giorni. Cinquant’anni dopo, il passato torna a bussare, non come nostalgia, ma come conferma: sì, è successo davvero. Non te lo sei inventato.
𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗲 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗲 𝗳𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮𝗿𝗲 𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗱𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗼 𝘀𝗶𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗻𝗮. Non lineare, non obbediente. Piuttosto simile a una risorgiva carsica: scompare sottoterra, sembra finita, e poi riappare più avanti, dove meno te lo aspetti. A volte la vita ci sembra una favola senza senso raccontata da un idiota – ricordate la famosa bestemmia che Shakespeare mette in bocca a Macbeth? – altre volte, invece, abbiamo l’impressione opposta: che tutto tenga, che nulla accada davvero a caso.
𝗜𝗹 𝗹𝗮𝘁𝗶𝗻𝗼 𝗲̀ 𝘂𝘁𝗶𝗹𝗲, 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝘁𝗮𝗻𝘁𝗼. 𝘋𝘦𝘴𝘵𝘪𝘯𝘢𝘳𝘦 significava “legare saldamente”, ancorare. Il destino non come profezia, ma come catena di un ancora. Anello dopo anello. Cause che producono effetti, che a loro volta diventano cause. Non una linea retta che va dal passato al futuro, ma una geometria complessa, fatta di incroci, deviazioni, ritorni. Borges lo aveva capito benissimo, quando parlava di giardini dai sentieri che si biforcano: il tempo non scorre soltanto, si moltiplica.
𝗘 𝗳𝗼𝗿𝘀𝗲 𝗲̀ 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗲𝘀𝘀𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝘂𝗻𝗼 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗮𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝘁𝗮, quale io sono: non tanto chiederci se il destino esista, ma come ci muoviamo dentro lo spazio che ci è dato. Non siamo burattini, ma nemmeno dèi. Abitiamo una porzione di mondo, una “𝘮𝘰𝘪𝘳𝘢”, direbbero i greci. Dentro quei confini possiamo scegliere, incontrare, perdere, ritrovare.
𝗕𝗲𝗮𝘁𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗻𝗮𝘃𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮𝘁𝗲 𝘀𝘂𝗹 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗼 𝘀𝗶𝗰𝘂𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲. O, più semplicemente, di una simpatia umana che resiste al tempo, alle macerie, persino agli algoritmi di Facebook. Perché a volte basta un gesto minimo — un post scritto quasi per caso — per scoprire che certe catene non si sono mai spezzate.
𝗘𝗿𝗮𝗻𝗼 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝘀𝗼𝗺𝗺𝗲𝗿𝘀𝗲.



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