LA SCOMPARSA DELL' INTIMITÀ
- Emilio Mordini

- 13 giu 2025
- Tempo di lettura: 6 min

𝗟’𝗶𝗻𝘁𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲̀ 𝘂𝗻'𝗲𝘀𝗽𝗲𝗿𝗶𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗼. “Intimo” è il superlativo dell’aggettivo “interno” ed è un termine che ci giunge direttamente dal latino "intimus" (profondo, recondito, nascosto). L'intimità si riferisce a qualcosa di segreto e riservato, che ciascuno possiede: la parte di noi più nascosta.
𝗟’𝗶𝗻𝘁𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲̀ 𝘂𝗻𝗮 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗻𝘂𝗱𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲, 𝗶𝗻 𝗲𝗳𝗳𝗲𝘁𝘁𝗶, 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗼 𝗻𝘂𝗱𝗼 𝗿𝗶𝘃𝗲𝗹𝗮 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝘂𝗻’𝗶𝗻𝘁𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮̀, che può essere complice tra amanti o crudele tra vittima e carnefice. L’intimità può riguardare zone corporee - spesso ci si riferisce alle “parti intime” per indicare le regioni genitale e anale, soprattutto del sesso femminile – oppure pensieri inconfessati, anche se magari innocenti, o relazioni che si vogliono tenere riservate, tipicamente affari amorosi.
𝗟’𝗶𝗻𝘁𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝘀𝗶 𝗱𝗲𝗰𝗶𝗱𝗲 𝗱𝗶 𝗳𝗮𝗿𝗻𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲𝗰𝗶𝗽𝗲: 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗶𝗻𝗳𝗮𝘁𝘁𝗶 𝘂𝗻 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲 𝘀𝗲𝗴𝗿𝗲𝘁𝗼, 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗼 𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝘀𝗼. L’intimità, invece, è come un giardino nascosto. Luogo di pace e frescura, protetto da griglie in legno intarsiato che ne impediscono la vista agli estranei, zona seclusa che esiste solo in quanto qualcuno vi può avere accesso. Un giardino segreto è pensato perché possa esser condiviso anche se solo da poche persone, magari una sola. Se fosse sbarrato a chiunque, perderebbe completamente di senso. L'intimità è alimentata dalla capacità di dare a qualcun altro accesso alla nostra dimensione unica, alla parte più profonda di noi.
𝗔 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗶𝗺𝗯𝗶𝗼𝘀𝗶, 𝗹'𝗶𝗻𝘁𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮̀ 𝗶𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗮, 𝗽𝗲𝗿𝗼̀, 𝗶𝗹 𝗺𝗮𝗻𝘁𝗲𝗻𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝘂𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀. Non è fusione, ma la capacità di lasciar avvicinare un altro al nostro segreto senza che si generi confusione tra l’altro e me. È un mettere in comune in cui, tuttavia, l’unicità di ciascuno continua a essere rispettata. L’intimità non cancella l’esistenza di qualcosa di inviolabile e inalienabile dentro di noi.
𝗟'𝗶𝗻𝘁𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮̀ 𝗿𝗶𝗰𝗵𝗶𝗲𝗱𝗲, 𝗱𝘂𝗻𝗾𝘂𝗲, 𝗱𝗶𝘀𝗰𝗿𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ “𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗶𝗺𝗶 𝗰𝗼𝗻 𝘂𝗻 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼” 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 “𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗺𝗮𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼”. Se qualcuno si è messo nelle nostre mani, noi siamo tenuti a essere discreti, cioè, a esercitare discernimento e prudenza nel maneggiare il suo segreto, comportandoci per un verso come non ne fossimo a conoscenza ma per un altro avendolo sempre presente. Nello stesso modo, la fiducia che l’altro ci ha concesso ci impone di non usare mai il segreto del quale ci ha fatto parte per offendere la sua dignità o per ledere la sua integrità.
𝗜 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝗴𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗶𝘁𝗮̀ 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝘀𝘁𝗿𝗲𝘁𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗻𝗲𝘀𝘀𝗶 𝗮 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗱𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮̀. Nell’antica Roma, dignità si riferiva alla posizione di una persona nella società, al suo rango sociale. Con il Rinascimento, il termine fu esteso a tutti gli uomini in relazione agli altri viventi: ogni essere umano aveva dignità perché l’uomo era l'opera più meravigliosa della natura. Solo nel Settecento, si affermò l’idea che la dignità umana risiedesse nell’unicità di una persona. Ogni essere umano è unico, quindi insostituibile e dunque non ha prezzo. Il valore di qualsiasi persona è sempre inestimabile: l’idea era già presente nel Salmo 49 che recita “𝘕𝘦𝘴𝘴𝘶𝘯𝘰 𝘱𝘶𝘰̀ 𝘳𝘪𝘴𝘤𝘢𝘵𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘦́ 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰, / 𝘰 𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘢 𝘋𝘪𝘰 𝘪𝘭 𝘴𝘶𝘰 𝘱𝘳𝘦𝘻𝘻𝘰. / 𝘗𝘦𝘳 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘴𝘪 𝘱𝘢𝘨𝘩𝘪 𝘪𝘭 𝘳𝘪𝘴𝘤𝘢𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘷𝘪𝘵𝘢, / 𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘵𝘳𝘢̀ 𝘮𝘢𝘪 𝘣𝘢𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦/ 𝘱𝘦𝘳 𝘷𝘪𝘷𝘦𝘳𝘦 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘧𝘪𝘯𝘦, / 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘷𝘦𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘵𝘰𝘮𝘣𝘢.”
𝗣𝗼𝗶𝗰𝗵𝗲́, 𝗱𝘂𝗻𝗾𝘂𝗲, 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗴𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮 𝗿𝗶𝗽𝗼𝘀𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝘂𝗮 𝘂𝗻𝗶𝗰𝗶𝘁𝗮̀, ne deriva che questa unicità non deve essere mai violata e infranta, offesa o vilipesa. L’unicità e integrità di una persona sono tutt’uno e sono entrambe violate quando l’intimità non è rispettata. Qualsiasi intrusione indesiderata nell’intimità di una persona è un’offesa alla dignità umana.
𝗗𝗶 𝗻𝗼𝗿𝗺𝗮, 𝗴𝗹𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗶 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶 𝗱𝗶𝗳𝗲𝗻𝗱𝗼𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮̀ 𝗮𝘁𝘁𝗿𝗮𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗱𝘂𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝘀𝘁𝗿𝗲𝘁𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗰𝗼𝗿𝗿𝗲𝗹𝗮𝘁𝗶: 𝘃𝗲𝗿𝗴𝗼𝗴𝗻𝗮 𝗲 𝗽𝘂𝗱𝗼𝗿𝗲. La vergogna è un'emozione che si oppone a concedere facile accesso alla nostra intimità; dunque, ci protegge dal rivelare a chiunque, con superficialità, la nostra sfera più profonda. Il sentimento del pudore ha lo stesso obiettivo ma lo persegue in modo lievemente diverso. Mentre la vergogna invita a nascondersi (“𝘐 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘪 𝘢𝘱𝘳𝘪𝘳𝘰𝘯𝘰 𝘦 𝘴𝘪 𝘳𝘦𝘴𝘦𝘳𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘯𝘶𝘥𝘪. 𝘗𝘦𝘳𝘤𝘪𝘰̀ 𝘪𝘯𝘵𝘳𝘦𝘤𝘤𝘪𝘢𝘳𝘰𝘯𝘰 𝘧𝘰𝘨𝘭𝘪𝘦 𝘥𝘪 𝘧𝘪𝘤𝘰 𝘪𝘯𝘵𝘰𝘳𝘯𝘰 𝘢𝘪 𝘧𝘪𝘢𝘯𝘤𝘩𝘪” Gen 3,7), il pudore riguarda il bisogno di proteggere l'intimità mentre la si svela. Se, infatti, non vi fosse anche un qualche piacere nell’aprirsi agli altri, non si capirebbe l’esistenza stessa dell’intimità, che è un far partecipi gli altri al proprio segreto.
𝗣𝗼𝗶𝗰𝗵𝗲́ 𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗶𝗿𝗿𝗶𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮𝗯𝗶𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗲𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗶 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶, 𝗰𝗼𝗿𝗿𝗶𝗮𝗺𝗼 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗼𝗴𝗴𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮𝘁𝗶 𝗱𝗮𝗹 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝘀𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗼, 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘁𝗶 𝗶𝗻 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝘁𝗿𝗮 𝗹𝗲 𝗰𝗼𝘀𝗲. Il pudore è un tentativo di mantenere la propria soggettività pur in presenza degli altri. Non è, quindi, una questione di centimetri di pelle mostrati o di biancheria intima, nemmeno di pensieri sconvenienti espressi in parole, ma una forma di vigilanza sul grado di apertura o chiusura verso gli altri. Il pudore non si oppone alla nudità, reale o simbolica, ma allo spogliarsi della decenza: protegge dalla condivisione pubblica della propria intimità. Il pudore è in via di sparizione nel nostro mondo la cui regola è non avere nulla da nascondere, mai nulla di cui vergognarsi.
𝗠𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮̀ 𝘀𝗲𝘀𝘀𝘂𝗮𝗹𝗲, 𝗲𝗺𝗼𝘁𝗶𝘃𝗮, 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲; 𝗶 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗶 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗮𝘁𝗿𝗼𝗰𝗶 𝗰𝗼𝘀𝗶̀ 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗹𝗲 𝗳𝗲𝗹𝗶𝗰𝗶𝘁𝗮̀ 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗽𝗿𝗶𝘃𝗮𝘁𝗲; i desideri e le paure più profonde; i cadaveri dei bambini carbonizzati e i corpi maciullati delle vittime degli incidenti stradali. L'intimità è diventata pubblica, pur continuando a essere chiamata “intimità”. Del resto, se non fosse più intimità, perderebbe di interesse per il pubblico e per coloro che si spogliano di ogni decenza. Il mondo è pieno di genitori di ragazze violentate e uccise che partecipano a talk-show televisivi; di ragazzine e ragazzini che rilasciano ilari interviste sui pro e i contro di qualsiasi pratica sessuale; di infermiere e infermieri che ballano Jerusalema accanto a ricoverati morenti; di sacerdoti che si agitano sull’altare a ritmo di rap durante la consacrazione; di persone che pubblicano sui social le fotografie del compleanno della nonna novantenne, del battesimo del nipotino, della cena a casa d’amici, del proprio cane morente.
𝗣𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲, 𝘂𝗻𝗮 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮 𝗮𝗯𝗶𝘁𝘂𝗮𝘁𝗲 𝗮 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿𝗲 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗱𝗲𝘁𝘁𝗮𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮̀, 𝗼𝗴𝗴𝗶 𝗿𝗶𝘃𝗲𝗹𝗮𝗻𝗼 𝗼𝗻𝗹𝗶𝗻𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗹𝘀𝗶𝗮𝘀𝗶 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗲 𝗿𝗶𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗶. In un mondo sempre più anonimo e omologato, tanti hanno così l’impressione di esistere. Pensano di coltivare la propria unicità mostrandola a tutti, ma invece la stanno dissolvendo. Una volta resa pubblica, l'intimità svanisce e, con essa, la nostra unicità di persone. Svanita l’intimità, non resta che l’umiliazione:
“𝙉𝙚𝙡 𝙢𝙞𝙤 𝙫𝙖𝙜𝙤𝙣𝙚 𝙘’𝙚𝙧𝙖𝙣𝙤 𝙥𝙖𝙧𝙚𝙘𝙘𝙝𝙞 𝙖𝙣𝙯𝙞𝙖𝙣𝙞, 𝙪𝙤𝙢𝙞𝙣𝙞 𝙚 𝙙𝙤𝙣𝙣𝙚: 𝙩𝙧𝙖 𝙜𝙡𝙞 𝙖𝙡𝙩𝙧𝙞, 𝙘’𝙚𝙧𝙖𝙣𝙤 𝙖𝙡 𝙘𝙤𝙢𝙥𝙡𝙚𝙩𝙤 𝙜𝙡𝙞 𝙤𝙨𝙥𝙞𝙩𝙞 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙘𝙖𝙨𝙖 𝙙𝙞 𝙧𝙞𝙥𝙤𝙨𝙤 𝙞𝙨𝙧𝙖𝙚𝙡𝙞𝙩𝙞𝙘𝙖 𝙙𝙞 𝙑𝙚𝙣𝙚𝙯𝙞𝙖. 𝘗𝘦𝘳 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪, 𝘮𝘢 𝘴𝘱𝘦𝘤𝘪𝘢𝘭𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘪, 𝘦𝘷𝘢𝘤𝘶𝘢𝘳𝘦 𝘪𝘯 𝘱𝘶𝘣𝘣𝘭𝘪𝘤𝘰 𝘦𝘳𝘢 𝘢𝘯𝘨𝘰𝘴𝘤𝘪𝘰𝘴𝘰 𝘰 𝘪𝘮𝘱𝘰𝘴𝘴𝘪𝘣𝘪𝘭𝘦: 𝘶𝘯 𝘵𝘳𝘢𝘶𝘮𝘢 𝘢 𝘤𝘶𝘪 𝘭𝘢 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘤𝘪𝘷𝘪𝘭𝘵𝘢̀ 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘪 𝘱𝘳𝘦𝘱𝘢𝘳𝘢, 𝘶𝘯𝘢 𝘧𝘦𝘳𝘪𝘵𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘰𝘯𝘥𝘢 𝘪𝘯𝘧𝘦𝘳𝘵𝘢 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘥𝘪𝘨𝘯𝘪𝘵𝘢̀ 𝘶𝘮𝘢𝘯𝘢, 𝘶𝘯 𝘢𝘵𝘵𝘦𝘯𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘰𝘴𝘤𝘦𝘯𝘰 𝘦 𝘱𝘪𝘦𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘢𝘨𝘪𝘰; 𝘮𝘢 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘭 𝘴𝘦𝘨𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘮𝘢𝘭𝘪𝘨𝘯𝘪𝘵𝘢̀ 𝘥𝘦𝘭𝘪𝘣𝘦𝘳𝘢𝘵𝘢 𝘦 𝘨𝘳𝘢𝘵𝘶𝘪𝘵𝘢. […] 𝘈𝘯𝘢𝘭𝘰𝘨𝘢 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘴𝘵𝘳𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘦𝘴𝘤𝘳𝘦𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪𝘻𝘪𝘢 𝘦𝘳𝘢 𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘴𝘵𝘳𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘯𝘶𝘥𝘪𝘵𝘢̀. 𝘐𝘯 𝘓𝘢𝘨𝘦𝘳 𝘴𝘪 𝘦𝘯𝘵𝘳𝘢𝘷𝘢 𝘯𝘶𝘥𝘪: 𝘢𝘯𝘻𝘪, 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘶𝘥𝘪, 𝘱𝘳𝘪𝘷𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘣𝘪𝘵𝘪 𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘴𝘤𝘢𝘳𝘱𝘦 (𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘦𝘯𝘪𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘪𝘴𝘤𝘢𝘵𝘪) 𝘮𝘢 𝘥𝘦𝘪 𝘤𝘢𝘱𝘦𝘭𝘭𝘪 𝘦 𝘥𝘪 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪 𝘱𝘦𝘭𝘪 […] 𝘖𝘳𝘢, 𝘶𝘯 𝘶𝘰𝘮𝘰 𝘯𝘶𝘥𝘰 𝘦 𝘴𝘤𝘢𝘭𝘻𝘰 𝘴𝘪 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘪 𝘯𝘦𝘳𝘷𝘪 𝘦 𝘪 𝘵𝘦𝘯𝘥𝘪𝘯𝘪 𝘳𝘦𝘤𝘪𝘴𝘪: 𝘦̀ 𝘶𝘯𝘢 𝘱𝘳𝘦𝘥𝘢 𝘪𝘯𝘦𝘳𝘮𝘦. 𝘎𝘭𝘪 𝘢𝘣𝘪𝘵𝘪, 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘪 𝘪𝘮𝘮𝘰𝘯𝘥𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘦𝘯𝘪𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘪𝘴𝘵𝘳𝘪𝘣𝘶𝘪𝘵𝘪, 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘦 𝘴𝘤𝘢𝘳𝘱𝘢𝘤𝘤𝘦 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘰𝘭𝘢 𝘥𝘪 𝘭𝘦𝘨𝘯𝘰, 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘥𝘪𝘧𝘦𝘴𝘢 𝘵𝘦𝘯𝘶𝘦 𝘮𝘢 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘴𝘱𝘦𝘯𝘴𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦. 𝘊𝘩𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘭𝘪 𝘩𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘦𝘱𝘪𝘴𝘤𝘦 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘴𝘦́ 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘶𝘯 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘶𝘮𝘢𝘯𝘰, 𝘣𝘦𝘯𝘴𝘪̀ 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘶𝘯 𝘭𝘰𝘮𝘣𝘳𝘪𝘤𝘰: 𝘯𝘶𝘥𝘰, 𝘭𝘦𝘯𝘵𝘰, 𝘪𝘨𝘯𝘰𝘣𝘪𝘭𝘦, 𝘱𝘳𝘰𝘯𝘰 𝘢𝘭 𝘴𝘶𝘰𝘭𝘰. 𝘚𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘰𝘵𝘳𝘢̀ 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘴𝘤𝘩𝘪𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘢𝘥 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘮𝘰𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰.” (P. Levi, I sommersi e i salvati)
𝗨𝗺𝗶𝗹𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗶𝗻𝘁𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮̀ 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗱𝘂𝗲 𝗳𝗮𝗰𝗰𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗮 𝗺𝗲𝗱𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮, 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮𝗺𝗯𝗲 𝗲𝘀𝗽𝗲𝗿𝗶𝗲𝗻𝘇𝗲 𝗱𝗶 𝗱𝗲𝗴𝗿𝗮𝗱𝗼. Il degrado, persino quello subito e imposto con la forza, comporta inevitabilmente una certa porzione di auto-degrado e questo rende l’esperienza ancora più atroce. L'umiliazione fisica e psicologica cerca la complicità della vittima; coloro che sono umiliati devono accettare di pagare con la propria dignità il prezzo del proprio riscatto. Così si potrà, infine, dire di loro che “𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘔𝘦𝘯𝘴𝘤𝘩𝘦𝘯, 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘪 𝘶𝘮𝘢𝘯𝘪, 𝘮𝘢 𝘣𝘦𝘴𝘵𝘪𝘦, 𝘱𝘰𝘳𝘤𝘪” (P. Levi, I sommersi e i salvati).
𝗦𝗼𝗻𝗼 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗱𝗶 𝘃𝗲𝗻𝘁’𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗚𝗶𝗼𝗿𝗴𝗶𝗼 𝗔𝗴𝗮𝗺𝗯𝗲𝗻 𝗵𝗮 𝗶𝗻𝗱𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗻𝗲𝗶 𝗰𝗮𝗺𝗽𝗶 𝗱𝗶 𝘀𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗶𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗮𝗿𝗮𝗱𝗶𝗴𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗶 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗮: un discorso duro, difficile da capire e ancora più da digerire. Le persone non vedono (almeno in questa parte di mondo) uniformi minacciose e cani ringhianti, non odono urla rauche e neppure debbono vivere in baracche usando lo stesso recipiente come bugliolo e gamella. Così sfugge loro il nesso profondo tra sterminio, disumanizzazione, esibizione oscena dell’intimità, umiliazione e degrado.
𝗟𝗮 𝗚𝗲𝗿𝗺𝗮𝗻𝗶𝗮 𝗻𝗮𝘇𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗵𝗮 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗮𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗹’𝗲𝘀𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 “𝘃𝗶𝘁𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗱𝗲𝗴𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝘃𝗶𝘀𝘀𝘂𝘁𝗲” (𝗟𝗲𝗯𝗲𝗻𝘀𝘂𝗻𝘄𝗲𝗿𝘁𝗲𝗻 𝗟𝗲𝗯𝗲𝗻𝘀), che fu coniata, però, nel 1920 in ambito medico e non politico (cosa che dovrebbe indurci tutti a riflettere). Furono due eminenti studiosi che la usarono per la prima volta per riferirsi all’eliminazione dei malati psichiatrici più gravi. Oggi, si assiste a un bizzarro rovesciamento: non è il degrado delle condizioni mentali o fisiche o ambientali che rende le “vite non degne di essere vissute”, ma, al contrario, l’apparente ricerca delle migliori condizioni di vita possibili.
𝗔 𝗺𝗶𝘀𝘂𝗿𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝘀𝗼𝗱𝗱𝗶𝘀𝗳𝗮 𝗶 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗶, 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗶 𝘀𝗶𝗮𝗻𝗼, 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗮 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗺𝗲𝗻𝗼 𝘀𝗼𝗱𝗱𝗶𝘀𝗳𝗮𝗰𝗲𝗻𝘁𝗲. Più si soddisfano i singoli individui, più questi diventano insoddisfatti e si trasformano in atomi isolati, interscambiabili tra loro, senza più alcuna unicità. L’unicità, infatti, non è singolarità: non origina in noi stessi ma dal nostro essere in relazione. Si è unici perché si è insostituibili agli occhi di chi fa parte della nostra intimità e ci fa partecipi della sua. Si è unici, insomma, per chi ci ama,"𝘙𝘦𝘴𝘱𝘪𝘤𝘦 𝘪𝘯 𝘮𝘦 𝘦𝘵 𝘮𝘪𝘴𝘦𝘳𝘦𝘳𝘦 𝘮𝘦𝘪, 𝘋𝘰𝘮𝘪𝘯𝘦: 𝘲𝘶𝘰𝘯𝘪𝘢𝘮 𝘶𝘯𝘪𝘤𝘶𝘴 𝘦𝘵 𝘱𝘢𝘶𝘱𝘦𝘳 𝘴𝘶𝘮 𝘦𝘨𝘰" (Salmo 24). Così un mondo dove scompare l’intimità diventa inevitabilmente un luogo in cui nessuno è insostituibile e degno di vivere.
“𝙆𝙖𝙪𝙛𝙚𝙣 𝙢𝙖𝙘𝙝𝙩 𝙛𝙧𝙚𝙞”: l'inferno può ben avere anche le sembianze di un Apple Store.






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