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CHE COS'È l'ANSIA?

  • Immagine del redattore: Emilio Mordini
    Emilio Mordini
  • 21 giu 2024
  • Tempo di lettura: 8 min

Aggiornamento: 20 lug

«La vita si concede oggi in cambio di dolore e paura» (Fëdor Michailovic Dostoevskij - I demoni, Parte 1, Cap. Terzo, VIII)


Questo articolo prosegue idealmente un articolo scritto qualche settimana fa dal titolo “Che cos’è la depressione?” (https://www.facebook.com/share/oyVsJkaJGirjEkr4/). In quell’articolo, concludevo dicendo che sempre più mi andavo convincendo che al fondo di tutti i disturbi psicologici e psichiatrici vi fosse uno stesso nucleo di sofferenza composto da paura e dolore. Si trattava di un’idea non nuova, che in me nasceva, tuttavia, da semplici osservazioni cliniche. Vorrei ora approfondire quelle riflessioni, focalizzando l’attenzione sul sentimento della paura. In un prossimo, terzo, articolo mi ripropongo di fare lo stesso per il dolore.

La più semplice e classica definizione di “paura” è quella fornita da Aristotele nella Poetica: “la sofferenza per un male imminente e ineludibile”. In realtà, non tutti i mali che generano paura sono ineludibili. A volte il male appare evitabile o, perlomeno, mitigabile: in questi casi la paura si accompagna a progetti di fuga o di difesa. Si può reagire alla paura anche esibendo un sentimento opposto, ad esempio una spavalderia esagerata. A volte tutte queste reazioni tendono a presentarsi insieme nella stessa persona, generando un caratteristico stato di agitazione e confusione.

La paura è, dunque, il sentimento che nasce attendendo di patire un male. In altre parole, è evocata dall’anticipazione di un male nel nostro pensiero. Qui si apre un’interessante questione alla quale, però, non risponderò in questa sede: perché gli esseri umani occupano l’attesa del male rappresentandolo e soffrendolo in anticipo? Che senso ha un comportamento così irrazionale e “masochista”? Se fosse essenzialmente un comportamento preparatorio al pericolo – come è stato suggerito – come mai il suo effetto nell’uomo è spesso paralizzante e non finalizzato a una risposta efficace, come invece accade negli animali?


Vorrei ora parlare del male di cui si ha paura. La prima questione è capire se vi sia modo di decidere se e quando una paura è congrua e se si possa mai definire la giusta proporzione tra gravità del male ed entità della paura. La risposta è negativa: non c’è modo per stabilire quando e quanto sia giusto e proporzionato avere paura. Ciascuno di noi valuta in modo diverso cosa sia per lui male e in che misura lo sia. La distinzione che si fa tra paure razionali e irrazionali, motivate e immotivate, è basata principalmente sull’opinione della maggioranza, cioè su ciò che ogni epoca e gruppo sociale insegnano che si debba temere.

La seconda questione è se la paura debba per forza avere un oggetto. Aristotele dice che si teme un male, quindi parrebbe di sì. Tuttavia, esistono situazioni in cui la paura non ha apparentemente alcun oggetto: sono gli stati che si chiamano comunemente di ansia o angoscia, che differiscono dalla paura di cui abbiamo sinora parlato perché chi le prova non sa dire con precisione il male che teme. Chiamo Paura 1 la paura semplice, quella con un oggetto riconoscibile, e Paura 2 la paura che non ha a prima vista un oggetto.

L’esperienza clinica dimostra che anche all’origine della Paura 2, cioè dell’ansia e dell’angoscia, si trova un male determinato che, però, la persona cerca di non vedere. In altre parole, l’ansia è la paura di un male che non si vorrebbe pensare, anche se, evidentemente, lo si pensa lo stesso. In definitiva, la Paura 2 è una Paura1 in cui la consapevolezza del male è stata, come dicono gli psicoanalisti, rimossa. La Paura 2 proprio perché è avvertita come una minaccia misteriosa e inevitabile, tende a trasformarsi in terrore oppure in resa al male. Il terrore è quello che normalmente si definisce “panico” o “crisi di panico”, mentre la resa al male è ciò che comunemente si chiama “depressione”. Panico e depressione sono, dunque, due possibili sbocchi dell’ansia. C’è poi un terzo, eventuale, esito: il malato trova un oggetto sostitutivo da temere. Chiamo questo esito Paura 3.

La Paura 3 può sembrare molto simile alla Paura 1, ma ne differisce in modo sostanziale perché è un sintomo, cioè non è la paura originaria ma un suo sostituto. La Paura 3 serve a mantenere lontano dalla coscienza il male a cui non si vuole pensare, evitando, allo stesso tempo, che il timore per qualcosa di ignoto si trasformi in panico o depressione, due dell’esperienze più distruttive che un essere umano possa fare.

I mali temuti dalla Paura 3 sono quasi sempre scelti nel repertorio di paure tipiche della propria cultura, non sono, quindi, paure strane, casomai la loro bizzarria sta nel loro essere eccessive e non dominabili attraverso il ragionamento. I testi di psichiatria riportano lunghi elenchi di queste paure stereotipate – claustrofobia, agorafobia, zoofobia, etc. – che differiscono tra loro soltanto per gli oggetti o le circostanze che incutono timore. Altre volte, nelle situazioni di maggiore destrutturazione mentale, la Paura 3 assume connotati più illogici e bizzarri, con le caratteristiche di deliri agli esordi: paura che i propri organi interni vadano in putrefazione, paura che i propri pensieri siano noti alle persone, paura di essere controllati a distanza e così via.

Io credo che questa sequenza si verifichi sempre, cioè che la Paura 3 sia sempre preceduta dalla Paura 2 e che questa a sua volta null’altro sia che una Paura 1 il cui oggetto è stato rimosso dalla coscienza. Il legame tra Paura 1 e 2, tuttavia, non è quasi mai evidente perché la gran parte delle volte la paura iniziale (quella destinata a diventare inconscia) risale alla primissima infanzia e passa del tutto inosservata. Anche la fase dell’ansia senza oggetto cosciente, la Paura 2, può sfuggire alla diagnosi, soprattutto se non dà origine a forme troppo evidenti di panico o di depressione. Le persone, spesso, si vergognano a chiedere aiuto, cercano di curarsi da sole o si affidano a un medico di base che di solito si limita a rassicurarle e prescrivere un tranquillante. Così, il più delle volte il malato si rivolge a uno specialista solo quando si presentano i sintomi della Paura 3, cioè ansie relative a una paura specifica (che si verifichi una qualche disgrazia, che un proprio caro abbia un incidente, che qualcuno si ammali, etc.) oppure fobie strutturate o paure connesse a idee deliranti. La Paura 3, se non è curata bene, ha poi anch’essa una sua evoluzione, ma ne parlerò in un prossimo articolo. Altre volte, invece, la Paura 2 è ingovernabile sin da subito e allora il malato chiede aiuto per le crisi di panico o per i segni di una seria depressione (senso di disperazione, pensieri di morte, difficoltà crescente a prendere cura di sé, etc.).


Resta ora una domanda, la più difficile: di che natura è la paura da cui origina questa sequenza che ho descritto? La maggior parte delle paure non si trasforma in malattia ma solo quelle in cui la consapevolezza dell’oggetto temuto è rimossa. Per quale ragione un determinato male diventa così intollerabile alla coscienza da rimuoverlo?

Nell’articolo “Che cos’è la depressione?” avanzavo l’ipotesi che – pur nella grande varietà delle storie personali - questo male “impensabile” fosse in qualche modo riconducibile alla solitudine. Avevo specificato che, con tale termine, non intendevo l’esperienza dell’isolamento e neppure quella di sentirsi abbandonati, non amati, privi di calore umano. Tutte queste evenienze possono essere molto dolorose (e, in condizioni estreme, l’isolamento può condurre a vere e proprie malattie fisiche oltre che mentali) ma non mi riferivo a esse. Piuttosto, parlando di solitudine pensavo alla situazione in cui ci si sente soli perché abbiamo perso ogni interesse per gli altri: non si prova amore, affetto o simpatia per nessuno e nulla sembra più legarci ai nostri simili, se non, a volte, un sordo rancore e un senso di ingiustizia subita.

Questo tipo di solitudine – caratteristica, a volte, degli anziani – si sviluppa a partire da sentimenti di crescente diffidenza, invidia, avarizia e rabbia, diretti all’inizio solo verso alcune persone ma che poi, piano piano, finiscono per coinvolgere l’intera sfera sociale del soggetto. Ostilità e risentimento giungono a creare un vero deserto emotivo entro cui lo sventurato o la sventurata, alla fine, precipitano. È la tremenda solitudine con cui si presenta al lettore Ebenezer Scrooge, nel Cantico di Natale di Dickens. Credo che questa solitudine sia anche quella di cui si fa esperienza nei primi mesi e anni di vita e che costituisce il modello di ciò che, da quel momento in poi, rimarrà il terrore più profondo per tutti gli esseri umani.

Mi rendo conto che quanto ho detto può apparire bizzarro, tanto sembra lontana questa solitudine dalla condizione di un bambino piccolo, che appare totalmente aperto alla vita. In parte questo è anche vero, ma solo in parte. Proprio questa grande apertura alla vita e alla relazione, sommata a una naturale debolezza fisica rispetto agli adulti e ai bambini più grandi, mette ogni bimbo in una condizione di grande vulnerabilità. Infatti, mai come nella prima infanzia, un essere umano può ricevere le più cocenti delusioni e terribili frustrazioni da chi ha accanto, senza avere la minima possibilità né difendersi né di reagire. Si tratta di accadimenti quasi sempre inevitabili e del tutto insignificanti dal punto di vista degli adulti (un gesto un po’ brusco, qualche attimo di ritardo nel prestare attenzione, un rumore che allarma, un sapore sgradito, etc.) ma di grande impatto sul bambino perché sono le sue prime delusioni e frustrazioni.

Ci fu (e in parte c’è ancora) una grande discussione tra psicologi, psicoanalisti, clinici di vari orientamenti sull’origine e la natura di queste esperienze dolorose precoci; parlarne ora, però, esula, del tutto dagli scopi di questo articolo. Certo è che, tra le molte cose che un bambino impara nei primi mesi e anni di vita e probabilmente già nella vita intrauterina, c’è anche la sofferenza psichica. Tutto questo non sarebbe neppure un male, poiché dolore e paura fanno inevitabilmente parte della vita: il guaio è che, insieme a questi, il bambino impara anche a odiare.

Non ci sono, ovviamente, prove o dimostrazioni che la capacità di odiare sia appresa e non sia originaria quanto quella di amare, addentrarsi in questa discussione aprirebbe un capitolo immenso e non arriverebbe, ovviamente, a nessuna conclusione. Fatto sta che il bambino reagisce con rabbia alle delusioni e frustrazioni che incontra. Il problema è, però, che queste delusioni e frustrazioni gli sono inflitte proprio dagli esseri umani che lo circondano, quelli che costituiscono per lui la totalità del mondo, che lui ama e che lo accudiscono.

Naturalmente, la rabbia del bambino è del tutto impotente a far del male agli adulti (al massimo torturerà i genitori con i suoi strilli) ma innesca proprio quel tremendo sentimento di solitudine di cui ho parlato poc’anzi. La rabbia tende a distruggere i legami d’amore, la rottura di questi legami genera la percezione di esclusione (che è, in realtà, autoesclusione), l’esclusione a sua volta provoca le prime sensazioni di invidia. Allo stesso tempo, il bambino “sente” che il suo amore non è stato ricambiato: da questa esperienza impara, quindi, anche l’avarizia, cioè la necessità di difendersi dal rischio che si corre ogni volta che si dona qualcosa di proprio agli altri. Da questo momento, è nata anche per lui la solitudine.

Questi processi che ho sintetizzato in poche righe procedono sicuramente in numerose ondate successive e sono il risultato di un insieme complessissimo di eventi che accadono nella mente dell’infante. Credo che nessun essere umano abbia potuto mai evitarli, anche se la loro relativa drammaticità e impatto sul carattere e salute mentale varia da persona a persona. Nella gran parte delle persone, questa prima esperienza viene del tutto superata, ma il suo insegnamento non sarà mai completamente dimenticato: l’essere umano ha ora imparato ad aver paura della propria rabbia e dei mostri che ha dentro, soprattutto del deserto di livida e disperata solitudine che questi possono creare nel suo cuore.

Sarà la stessa paura che gli tornerà, bambino più grandicello, quando sarà lasciato da solo al buio, sarà la paura che lo potrà cogliere, anche da adulto, avventurandosi in un bosco di notte. Sarà, alla fine, la paura priva di oggetto in cui potrà un giorno precipitare e chiamerà ansia. Poi, forse, dirà, a sé stesso e al medico, di aver paura dei luoghi chiusi o degli incidenti, dell'infarto o del COVID: in realtà avrà sempre solo un’altra, antica, paura.


L’ansia, amici che mi leggete, non è “sofferenza per un male imminente e ineludibile” ma per il male, imminente e ineludibile, “il diavolo, che come leone ruggente va in giro cercando chi divorare” (Pt.1, 5,8).


 
 
 

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ultimo aggiornamento: 15/06/2026

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