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E L’ANGELO DISSE «AMEN»

  • Immagine del redattore: Emilio Mordini
    Emilio Mordini
  • 15 giu
  • Tempo di lettura: 4 min
Nell’Odissea, il bisogno appartiene all’ordine della sopravvivenza: fame, sonno, ritorno alla casa (nostos). Il desiderio invece appare come forza eccedente e potenzialmente dissolutiva: desiderio di immortalità (Calipso), di oblio (i Lotofagi), di godimento senza ritorno (Circe), di sapere proibito (le Sirene). Ulisse sopravvive perché sa limitare il desiderio entro il principio del ritorno. L’intera struttura del poema è costruita sulla tensione tra necessità del vivere e seduzione dell’eccesso.
Arnold Böcklin: Ulisse e Calipso (1882)

Abbiamo fatto tutti l’esperienza di desideri di cui ci siamo dovuti pentire. Capita con cose banali: un invito a cui tenevamo tanto, terminato poi nel peggiore dei modi; l’acquisto di qualcosa che desideravamo da anni, che ha dato origine a una serie infinita di grane.


Capita anche con desideri più importanti. C’è chi si è disperato tutta la vita alla ricerca di un grande amore, sicuro che solo quell’incontro lo avrebbe potuto rendere felice. Poi l’ha incontrato: ancora se ne pente. C’è chi ha da sempre desiderato raggiungere un certo obiettivo, professionale o personale. Ora lo ha raggiunto a prezzo di sacrifici, fatica, persino compromessi con la propria coscienza: si accorge che quello che davvero voleva era altro. Quante persone hanno buttato via la propria vita, o buona parte di essa, per realizzare un sogno e poi capire che non era il loro.


«Bada che poi passa l’angelo e dice “Amen”». Era l’ammonimento che le mamme romane di quando ero bambino rivolgevano ai loro figli: quello di non desiderare mai qualcosa di cui non fossero assolutamente certi, perché, se un angelo fosse passato e avesse detto “così sia”, quel desiderio si sarebbe avverato. Truman Capote pose a esergo della sua ultima opera, Preghiere esaudite, la parafrasi di una sentenza di Santa Teresa d’Ávila: «si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte».


Negli esseri umani volontà e desiderio non coincidono quasi mai o, perlomeno, sono sempre in tensione. Questo è sicuramente un motivo per cui i nostri desideri ci possono tradire. Noi vogliamo con la mente mentre desideriamo con il cuore. Così, con la ragione vogliamo una cosa anche se il cuore dice ben altro. Che si dia retta o all’uno o all’altro, la delusione alla fine sarà comunque inevitabile.


Un’altra ragione per cui i nostri desideri possono diventare fonte di guai e la loro realizzazione rivelarsi la nostra peggiore disgrazia è che l’architettura dei desideri umani è un labirinto di specchi. Noi siamo un intreccio complicatissimo e contradditorio di desideri, alcuni consci, per la maggior parte inconsci. Quelli consci combattono contro quelli inconsci reprimendoli o negandoli; quelli inconsci si vendicano sabotando la coscienza e camuffandosi per raggiungere, comunque, i propri obiettivi. A volte desideri opposti trovano un compromesso a spese della salute mentale della persona. Chi soffre di crisi di panico, di ansia o per strani sintomi fisici non sospetta che i suoi disturbi possano dipendere dai suoi desideri ma spesso, invece, è proprio così.


Alla fine, dunque, tutti – o quasi – i nostri desideri raggiungono il bersaglio, soltanto che spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto: perché la nostra coscienza non lo vuole ammettere, perché la nostra volontà si ostina a volere altro, perché – strada facendo – i desideri si sono trasformati in sintomo psicologico. Questo complicato gioco rende, comunque, evidente l’ingenuità di credere che per essere liberi e felici basterebbe fare del proprio desiderio la sola legge, l’unica volontà a cui uniformarsi.


Il desiderio – persino il più minuscolo – tende a eccedere sempre i limiti della sua soddisfazione. Il desiderio è per sua natura illimitato: non conosce logica e principio di non contraddizione, non conosce spazio e tempo, si estende al di là di ogni orizzonte. Si desiderano immortalità e felicità assoluta, godimento di ogni piacere e amore senza limiti. Nel paradiso dell’Eden, l’uomo aveva ogni suo bisogno soddisfatto. Il peccato nacque dal desiderio di diventare Dio.


Forse, proprio per questo i sapienti e i primi filosofi temevano e rispettavano più di ogni altra cosa il desiderio. Sapevano che è una forza in grado, in ogni momento, di spingere l’uomo oltre i confini che la moira e il destino gli hanno assegnato. Ogni desiderio nasconde potenzialmente in sé quello che per gli antichi era il peggiore di tutti i peccati: la tracotanza, la superbia, la hybris.


Eppure, il desiderio è ineliminabile. L’esistenza è pervasa dal desiderio e dai desideri. Il desiderio è tutt’uno con l’essere dell’uomo nel mondo. Si desidera perché non si può fare a meno di desiderare, perlomeno finché saremo immersi nel fiume del tempo. Il desiderio coincide con il tempo, lo costituisce e struttura. Il tempo obbliga a scegliere. Si sceglie sempre “in vista di …” quindi ogni scelta è guidata da uno o più desideri.


L’atto di desiderare è già una forma di piacere perché desiderare è in sé stesso bello e gradevole. Così il desiderio è un impulso potente che introduce movimento e generazione in tutte le manifestazioni della vita umana e, forse, dell’intera realtà. Nell’uomo, solo la morte e la sua triste rappresentazione – la depressione – possono fermare i desideri (uno dei primi sintomi di una grave depressione è proprio la diminuzione progressiva dei desideri e del desiderio).


Oggi sta succedendo una cosa straordinaria e spaventosa: il desiderio ha quasi smesso di essere trasgressione senza bisogno che qualcuno lo reprimesse. Viviamo in un mondo saturato da desideri esauditi e, ciononostante, del tutto innocui. I desideri sono stati pastorizzati come il latte che non trasmette più malattie ma è infinitamente meno profumato. Cosa è oggi il desiderio? Lifestyle, estetica, psicologia e “coolness”. Persino l’amore è stato neutralizzato, sostituito da una miscela di pornografia e sentimentalismo melenso. Facciamo turismo esistenziale, accumuliamo simulazioni di esperienze ma non sappiamo più volare “quali colombe dal disio chiamate”.


L’Angelo ha detto “Amen”. Non sappiamo ancora se per nostra fortuna o sventura.

 
 
 

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ultimo aggiornamento: 15/06/2026

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