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ZITTI ZITTI, PIANO PIANO

  • Immagine del redattore: Emilio Mordini
    Emilio Mordini
  • 11 lug
  • Tempo di lettura: 4 min
San Girolamo nello studio, dipinto di Antonello da Messina (ca. 1475, National Gallery di Londra)
Antonello da Messina, San Girolamo nello studio (particolare), ca. 1475, National Gallery, Londra.

«Zitti zitti, piano piano / non facciamo confusione» cantano a squarciagola il Conte d'Almaviva, Figaro e Rosina mentre si apprestano a fuggire per la scala del balcone. E gli archi dell'orchestra li seguono divertiti, con un accompagnamento leggero e delicato. Quante volte gli stessi archi dovrebbero prendere in giro anche noi, quando esigiamo dagli altri silenzio e pace, senza accorgerci di essere noi la prima causa di rumore e confusione.


Questa cattiva abitudine, vero vizio di alcuni insegnanti e genitori, non si limita alle famiglie e alla scuola ma sembra connaturata alla società umana. Il motto «Beata solitudo, sola beatitudo» è stato per secoli l'efficacissimo richiamo che attirava giovani fedeli nei monasteri di tutto l'Occidente cristiano.


Una cosa simile era accaduta, qualche secolo prima, ai Padri del Deserto e agli Stiliti, come San Simeone. Per fuggire dalle distrazioni del mondo e stare solo con Dio, Simeone salì in cima a una colonna alta quindici metri. Il risultato? Divenne l'attrazione principale dell'intera Siria. Tutti ai piedi della colonna a guardare l'uomo che voleva essere invisibile (da questa storia Buñuel trasse, nel 1965, uno spassosissimo film).


Che dire poi di San Giovanni della Croce? Grande mistico e poeta, senza alcun dubbio… ma cosa fa? Entra nel silenzio più profondo e ineffabile e poi scrive una raccolta di poesie d'amore tra le più sublimi e musicali della storia della letteratura per raccontarcelo. Non contento, aggiunge due trattati di teologia mistica commentando e spiegando il significato dei testi poetici verso per verso, perfino parola per parola. Infine, scrive anche uno studio sistematico dello sforzo ascetico dell'anima che, attraverso solitudine e silenzio, giunge all'unione perfetta con Dio. Nessuno è più loquace di chi ha scoperto il valore del silenzio e lo dimostrano le pile immense di volumi che i mistici di tutte le epoche hanno scritto sull'ineffabilità del mistero divino.


Sin dal tempo di Petrarca - che scriveva «Fuge turbam, fuge homines, fuge hunc mundi strepitum» in un libro che divenne, appunto, un bestseller dell'epoca - chi vuole far clamore e radunare un pubblico ha una strada certa per riuscirvi: elogiare silenzio e solitudine.


L'uomo occidentale, quando cerca solitudine e silenzio, finisce solo per fare trasloco: da un caos a un altro. Nessuno vuole davvero silenzio e solitudine. Tutti, indistintamente, soffrono della stessa paura: la solitudine vera, quella cruda e non cercata. Un vuoto dove nessuno sa che esisti e, soprattutto, dove tu diventi incapace di pensare che gli altri esistono, se non come oggetti di rancore e invidia. In che modo difendersi da questo mostro?


La risposta che hanno dato poeti e mistici è stata geniale nella sua levità: trasformare la solitudine in una performance. La solitudine esibita e lodata è stata per secoli la più straordinaria linea di difesa contro solitudine e silenzio. Crea un pubblico, popola di voci il silenzio, trova uno sguardo, fosse pure quello di Dio. E oggi?


Eccoci arrivati a questa calda estate del 2026: la chiusura perfetta del cerchio. Sui social network (TikTok e Instagram in testa) impazzano la Loneliness Challenge e la Silent Challenge. Che cosa sono? Si tratta di due fenomeni, in parte distinti ma sostanzialmente simili, nati negli anni passati ma che hanno raggiunto la loro massima diffusione quest'anno. La dinamica di queste due challenge è un capolavoro di comicità involontaria.


La prima challenge, «Loneliness Challenge», consiste nel filmare e pubblicare video intitolati, ad esempio, «Cosa fa chi vive da solo e non ha amici il sabato sera». Le clip mostrano attività ordinarie e silenziose: cucinare solo per sé stessi, fare skincare o guardare la TV in totale solitudine e senza pronunciare una parola. I creator della solitudine guadagnano attraverso le sponsorizzazioni di brand di arredamento o prodotti per la casa, e le dirette streaming. Infatti, attraverso queste dirette (spesso intitolate «Studia/Cena con me»), migliaia di utenti si collegano non per interagire attivamente, ma per avere l'illusione di non essere soli a essere soli.


Nella seconda challenge, «Silent Challenge», il creator decide di passare 24 o 48 ore in totale solitudine e silenzio digitale (digital detox). Ma come lo comunica? Tre giorni prima pubblica un video per annunciare l'evento. «Ragazzi, da domani sparisco. Ho bisogno di ritrovarmi. Auguratemi buona fortuna.» Durante il weekend di «silenzio», il soggetto filma sé stesso mentre fissa il vuoto, sorseggia una tisana guardando la pioggia dalla finestra, cammina in un bosco, senza cuffie alle orecchie. Quei momenti vengono poi montati con una palette di colori caldi mentre i sottotitoli raccontano l'esperienza del silenzio. Qui sta anche il trucco: un utente dei social si imbatte in un video dove non succede nulla e c'è silenzio totale, tende a fermarsi per qualche secondo per capire cosa stia succedendo o se l'audio sia rotto. L'algoritmo interpreta questa esitazione come tempo di permanenza, e quindi di interesse, e propone il video a migliaia di altre persone. Così in questi mesi si è creata una vera «bolla» digitale.


Se i mistici come San Giovanni della Croce cercavano il vuoto per trovare Dio, l'influencer cerca il silenzio per riempire le statistiche di visualizzazioni. Il silenzio non è più assenza di parole, è un contenuto editoriale.


Ma non bisogna essere troppo severi. C'è una profonda, tenera malinconia in tutto questo. L'«esibizione del silenzio» nasce dalla stessa paura di sempre. L'essere umano del 2026, terrorizzato dall'idea di essere davvero solo, si disconnette per mostrare, almeno a sé stesso, quanto è connesso. Ciascuno si illude di essere sempre sotto gli occhi di un pubblico virtuale, perché in pochi hanno ancora fede nel mistero reale dell'esistenza.


E così, tra un reel sul «silenzio interiore» e un tutorial su come passare da soli il sabato sera, l'umanità continua a fare l'unica cosa che le riesce davvero bene sin dai tempi delle caverne: recitare per non sentire troppo la paura. Come direbbe Sacha Guitry, se oggi vedesse un TikToker in silenzio per 24 ore: «Il silenzio che segue i social, è ancora social».


Ma la frase originale che pare abbia detto l'attore e regista francese era: «Le silence qui suit Mozart, c'est encore du Mozart». Ed è – a ben vedere - tutt'altra cosa.

 
 
 

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ultimo aggiornamento: 15/06/2026

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