LA PRIMA VOLTA
- Emilio Mordini

- 4 giorni fa
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Sospettoso il terapeuta domanda: «È la prima volta che lei inizia un'analisi?» Timoroso un paziente sussurra: «La prima volta che vidi mio padre nudo…».
Noi viviamo di prime volte. Regoliamo le nostre azioni in una sottile trama di accadimenti ricordati e ripetuti, in un succedersi nel tempo di gesti ed esperienze. Ogni giorno, nel nostro presente, nel nostro passato, scegliamo un prima, eleggiamo un momento a paradigma di accadimenti futuri.
Esistono le prime volte per così dire canoniche: sono le prime volte del corpo. «Età del menarca?», chiede una cartella clinica, «La prima volta sull'erba», recitano film cretini per adolescenti languidi e adulti che sbirciano. Dalle prime volte del corpo non si sfugge: medici e precettori le spiano vogliosi, le imprimono a lettere di fuoco sulla nostra carne.
Ci sono poi le prime volte dei sentimenti, tenera educazione letteraria, dolce romanzo che scriviamo per raccontare agli amici in una notte di inverno. Il primo amore, la prima delusione, il primo incontro con la morte, il primo dolore, forse modello delle successive esperienze o forse, più semplicemente, tentativo di muovere l'altro a una tenerezza.
E poi ancora, secondo piani inesplicabili, ecco che ciascuno di noi sceglie altre innumerevoli «prime volte», capostipiti di generazioni che vorremmo infinite. In un certo senso ogni «prima volta» è una profezia e un esorcismo. È un sacrificio offerto al fato, un tentativo di indirizzarne i percorsi e un monito che egli ci invia. Alla sua prima uscita per mare Robinson Crusoe incappa in una tempesta. «Mio giovane, voi dovete lasciare da parte ogni pensiero di rimettervi in mare e ravvisare in quanto vi è accaduto un pieno e visibile segno che la vostra vocazione non è quella del navigatore.»
Ma la «prima volta» è anche il programma di una nostalgia, un riandare con il ricordo a una sensazione, a un candore, a uno stupore forse unicamente immaginati. Solo alla fine di una serie si crede di coglierne il senso. Guardando l'ultima rosa si è presi da una struggente tenerezza, la sola che ci permette di capire anche il primo bocciolo.
Ricordo un ragazzo che faceva raccolta di piccoli oggetti insignificanti: bottoni, biglietti ferroviari, pezzetti di vetro, cartoncini colorati. Ogni momento della sua vita era messo da parte, rinchiuso in prezioso cofanetto di cianfrusaglie. Non conservava solo le cose legate a qualche avvenimento importante, anzi, raccoglieva di proposito oggetti banali, di ogni giorno, e aspettava. Come un cacciatore alla posta attendeva che quell'oggetto si colorasse nel ricordo di una luce diversa. Paziente e fiducioso conservava cimeli che cimeli non erano. Ogni tanto riandava al suo piccolo museo e allora, come per magia, una vecchia penna mangiucchiata diveniva un oggetto preziosissimo. Era, a modo suo, un collezionista di «prime volte».
Eppure, ogni «prima volta» ripete il gioco di un rocchetto di filo, spezzetta il tempo in sequenze sempre uguali, nega la possibilità di un futuro. Se c'è una prima volta, ve ne sarà una seconda e poi una terza, una quarta, e così via. La freccia non si staccherà mai dall'arco e Achille avrà un bel correre. Ogni prima volta prepara e presuppone una confutazione del tempo. Come potrà il futuro essere una seconda volta? Io ti dico che nello stesso fiume scorrono sempre acque diverse.
Rinchiuso nella sua prigione, Julien Sorel rivede la signora de Rênal, la ama come la prima volta e, come la prima volta, inganna il padre e, come la prima volta, si commuove dinanzi a un prete. Tutto è accaduto, dunque nulla è accaduto. Le stesse cose ritornano. La sua testa è stata già mozzata: perché temere? «A memoria di rosa nessun giardiniere è mai morto».
La prima volta, infine, è l'impossibilità di una prima volta. «Qual è il ricordo più antico che hai?» Il paziente tentenna. «Dimmi il primo che ti è venuto in mente.» La prima volta è una libera associazione. Impertinente, inutile se qualcuno non le conferisce un senso. Forse non esistono neppure prime volte, o giusto una, lontanissima: «che se proclama il vero la Musa di Platone ciò che uno impara lo ricorda».
Per quasi due mesi non ho pubblicato più nulla su queste pagine, cosa che credo sia capitata per la prima volta dopo parecchi anni. Il tempo di vacanze si è intrecciato con vari impegni clinici, editoriali e, forse, un po’ di pigrizia. Con settembre ho deciso di riprendere e una ripresa, a ben vedere, è più un ritorno che un inizio. Delle “prime volte”, mi ricordavo vagamente, ne avevo scritto, chissà dove, chissà quando. Così, sono andato a cercare e ho trovato la prima volta che avevo scritto un articolo sulle “prime volte”.
Si tratta del pezzo che, se siete giunti sino a qui, avete appena letto. Fu scritto quarantadue anni fa, sul primo numero di una rivista che si chiamava (altri tempi): “Psicoanalisi Contro. Foglio mensile di psicoanalisi, cultura e arte”. L’ho riletto e ho trovato che oggi l’avrei scritto pressappoco tale e quale (qualche ingenuità, forse, l’avrei evitata, ma ho preferito lasciarla dov’era). Non so se sia cosa di cui vantarmi o vergognarmi. Magari è solo la dimostrazione che, come terminavo allora, la musa di Platone aveva ragione: che esiste solo una prima volta, avanti che i tempi avessero inizio, ed è quella che eternamente ritorna nella vita di tutti noi.
“Vedi, in questi silenzi in cui le cose / s'abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto, / talora ci si aspetta / di scoprire uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l'anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità.”
Eugenio Montale, I limoni, da Ossi di seppia, 1925.
Buon settembre a tutti voi. E a presto.



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