LO SPIRITO DELLA SCALA
- Emilio Mordini

- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min

Si chiama esprit d'escalier, lo «spirito della scala». È l'improvvisa illuminazione che coglie dopo che si è rimasti ammutoliti come stupidi, incapaci di replicare a qualcosa che ci è stato detto. Quando la serata è ormai finita e già si scendono le scale per uscire, solo allora ci viene in mente la risposta che si sarebbe dovuta dare. Le parole che avrebbero zittito il nostro interlocutore ci sono in un lampo evidenti. Eccole lì: intelligenti, spiritose, taglienti come lame di rasoi. Del tutto inutili.
Non è un problema di prontezza e nemmeno di coraggio. È un problema di «tempo». Quello che conta nella vita non è decidere cosa fare. È deciderlo al momento giusto.
L'avvocato ha in mano la prova risolutiva che scagionerà il suo cliente. Sa quale sia e come presentarla nel modo più efficace. Ma presentarla troppo presto darebbe all'accusa il tempo di neutralizzarla. Aspettare troppo, la farebbe sembrare costruita. Non basta avere la carta vincente. Bisogna sapere esattamente quando giocarla.
C'è un tempo per ogni decisione e ogni decisione ha il suo tempo. È una legge che vale per tutti e per quasi ogni fatto della vita. Vale per il trader, che, se vende o compra al momento sbagliato, perde il capitale; vale per il negoziatore a cui, per un'esitazione, sfuma un contratto già chiuso; vale per l'attore o l'oratore, che, se sbagliano i tempi di una battuta, vengono fischiati; vale per l'insegnante e il manager; per il medico e lo psicoanalista.
Per decidere ci vuole orecchio. Qualcuno, paradossalmente, non decide mai proprio perché è terrorizzato dal rischio di non andare a tempo. Attende chissà cosa - un segno di Dio, del destino o della vita - e, mentre aspetta, la vita va avanti. Il treno passa, lui non se ne è nemmeno accorto e lo ha perso per sempre. E c'è, anche, chi ha deciso ma rimanda, un po' per pigrizia, un po' per troppa sicurezza. Così, va fuori tempo e alla fine, quando agisce, «l'orchestra è ormai quattro misure dopo».
Gli antichi greci avevano un termine per descrivere tutto questo: kairós, tempo opportuno. Intere librerie sono state scritte su questa piccola parola che un cardinale filosofo del Quattrocento definì «attimo di eternità». Cosa sia esattamente il kairós non è, però, facile da dirsi. Si sa cosa non è (non è il tempo di orologi e calendari) ma non è nemmeno un tempo puramente soggettivo. Il tempo opportuno ha una sua oggettività, oltre la dimensione psicologica, altrimenti tutti gli esempi sinora fatti non avrebbero senso.
L'errore che si fa nel cercare di comprendere il concetto di tempo opportuno è quello di immaginare che sia un elemento del tempo cronologico, quello degli orologi. Il tempo cronologico lo si rappresenta, spesso, come una linea fatta da minuscoli punti, che chiamiamo «attimi». Questi puntini li immaginiamo per la maggior parte uguali tra loro, tranne pochi con un colore diverso, chi più brillante e chi più scuro: sono i momenti favorevoli e quelli sfavorevoli, fausti e infausti. Si tratta di un'idea molto antica che non ha, però, troppo a che fare con l'idea di tempo opportuno.
Il tempo opportuno non è una collezione di momenti speciali all'interno del monotono scorrere del tempo degli orologi, ma è la realtà stessa del tempo dell'uomo, di ogni attimo della sua vita: «No hay un instante que no pueda ser el cráter del Infierno/ No hay un instante que no pueda ser el agua del Paraíso/ No hay un instante que no esté cargado como un arma».
Il tempo umano è fatto di attimi diversi, ciascuno potenzialmente in grado di cambiare il corso di una vita. Di norma non ce ne accorgiamo per almeno due ragioni. La prima è che la società in cui viviamo ha progressivamente tecnologizzato e desacralizzato il tempo. Lewis Mumford, uno dei più importanti filosofi della tecnologia del secolo scorso, sosteneva che fu l'orologio, non la macchina a vapore, l'innovazione fondamentale della rivoluzione industriale. Il sistema di fabbrica impose a tutti, non solo agli operai, i tempi regolari della macchina. Così, il tempo sociale è diventato uniforme e ha acquistato un valore nuovo. La stessa idea che qualcuno potesse vendere il tempo e non il prodotto del suo lavoro era quasi assente nelle società preindustriali. Con la rivoluzione industriale, time is money smise di essere una metafora e diventò un fatto: si era pagati a ore, giorni, mesi.
La seconda ragione per cui abbiamo confuso il tempo umano con quello dell'orologio è molto più recente e ha a che fare con l'intolleranza che abbiamo sviluppato verso le attese. Proprio come gli accidiosi nella quarta cornice del Purgatorio – puniti per aver amato poco o con troppa lentezza - siamo tutti puniti con la più ridicola delle pene: la fretta, una perenne, insensata, fretta.
Tuttavia, pur immersi in un tempo meccanico e in una frenesia senza costrutto, la vita ci regala, qualche volta, un'opportunità. Accade quando qualcosa dentro di noi si incrina, quando percepiamo che il tempo degli orologi non riesce a dar conto della nostra esperienza più profonda. Possono essere attimi di gioia o dolore, di amore o abbandono, di malattia o salute. Poi passano come tutto e, se non se ne fa nulla, la vita riprende il suo ritmo di sempre. E quello che sembrava così urgente spesso diventa solo un ricordo che sfuma nella memoria.
Finché, sulle scale di qualche altra vita, un giorno non ci verrà in mente, in un lampo, la decisione che, allora, avremmo dovuto prendere.
L'esprit d'escalier della nostra anima.


Commenti