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CHE COS'È LA DEPRESSIONE ?

  • Immagine del redattore: Emilio Mordini
    Emilio Mordini
  • 21 mag 2024
  • Tempo di lettura: 9 min

Aggiornamento: 28 lug

Chi domanda che cosa sia la depressione chiede una definizione e riceve statistiche. Vista dal piccolo osservatorio di uno studio di psicoanalisi, la depressione è un dolore che ha smesso di indicare la propria causa: peso, spegnimento, fatica di ogni gesto minimo, e insieme la vergogna di non saper dire perché. Diventa disturbo quando dura oltre l'occasione che l'ha aperta e si nutre di sé. La cura comincia dal restituire un oggetto a quel dolore.


𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗮𝗿𝘁𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝗻𝗱𝗲 𝗮𝗱 𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻𝗲 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗺𝗶 𝗮𝘃𝗲𝘁𝗲 𝗽𝗼𝘀𝘁𝗼. 𝗣𝗮𝗿𝗹𝗲𝗿𝗼̀ 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗲̀ 𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲. Non aspettatevi “𝘳𝘦𝘤𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘦𝘷𝘪𝘥𝘦𝘯𝘻𝘦 𝘴𝘤𝘪𝘦𝘯𝘵𝘪𝘧𝘪𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘪𝘮𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢𝘯𝘰 …”, denunzie dei danni psicologici causati dal lockdown o da internet, accuse al sistema sanitario pubblico, numeri e statistiche. Tutta questa mercanzia non è la mia 𝘤𝘶𝘱 𝘰𝘧 𝘵𝘦𝘢. Posso solo parlarvi di quello che in tanti anni ho visto dal piccolo osservatorio del mio studio di psicoanalista: prima a Roma, poi a Parigi e infine in questo antico borgo, tra Venezia e Trieste, dove ora vivo. Non un’idea in questo articolo è davvero nuova. Di mio, c’è unicamente il modo in cui queste idee sono presentate, attraverso tre semplici considerazioni, in modo che chiunque possa verificarle e, se vuole, accettarle o confutarle.


𝟭) 𝗟𝗮 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲̀ 𝗹𝗮 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗼𝘃𝘃𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗲: 𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲̀ 𝘂𝗻𝗮 𝗺𝗮𝗹𝗮𝘁𝘁𝗶𝗮. L’affermazione può sembrare scontata, ma non lo è. Da sempre nella nostra cultura, si è pensato che sentimenti come malinconia, tristezza, pessimismo fossero appannaggio – almeno entro certi limiti - di persone dotate di particolare intelligenza e sensibilità, specialmente di artisti. Generazioni di professoresse di liceo hanno insegnato che il “pessimismo leopardiano” fu il portato di un temperamento malato, lo stesso che fece dello sventurato Giacomo un grande poeta. Divulgatori, televisivi o sui social, spiegano che Chopin fu spinto a comporre dalla grande sofferenza interiore e che Van Gogh pagò con la follia la sua genialità artistica. Anche la psicoanalisi è caduta, a volte, in questo inganno: 𝗝𝘂𝗻𝗴, ad esempio, riteneva che la depressione e la sofferenza mentale potessero indicare la strada per accedere a una superiore spiritualità. Recentemente, la “psicanalista” e filosofa francese 𝗝𝘂𝗹𝗶𝗮 𝗞𝗿𝗶𝘀𝘁𝗲𝘃𝗮 ha argomentato che l’esperienza del sublime – l’abisso vertiginoso di cui parla Schiller – avrebbe origine dalla melanconia (cfr. “Soleil noir: Dépression et mélancolie”).


𝗡𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗲̀ 𝘃𝗲𝗿𝗼: 𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗲𝗿𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗮 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶𝗰𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗳𝗶𝗻𝗲𝘇𝘇𝗮 𝗱’𝗮𝗻𝗶𝗺𝗼 𝗲 𝗮𝗰𝘂𝘁𝗲𝘇𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝗶𝗻𝗴𝗲𝗴𝗻𝗼, al contrario tende a ottundere chi ne è colpito, come può constatare chiunque ripensando ai propri momenti di tristezza profonda, se mai gli sono occorsi. Quando una persona che soffre di depressione dimostra grande ingegno o spiccata sensibilità artistica, queste qualità le possiede non “grazie a” ma “nonostante” la depressione. Dunque, chi è affetto da depressione ha tutto il diritto di chiedere aiuto ed essere curato. Sono cattivi consiglieri coloro che guardano con ammirazione la sofferenza (altrui) e suggeriscono di “farcela da soli”, di “buttare via le medicine”, di “non dar retta ai medici”. Non ascoltateli mai.


𝟮) 𝗟𝗮 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗼𝘁𝗿𝗮̀, 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲, 𝘀𝘂𝗼𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗼𝘃𝘃𝗶𝗮: 𝗶𝗻𝗳𝗮𝘁𝘁𝗶, 𝗱𝗼𝗽𝗼 𝘁𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗮𝗻𝗻𝗶, 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗰𝗼𝗻𝘃𝗶𝗻𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗺𝗮𝗹𝗮𝘁𝘁𝗶𝗮 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 o, perlomeno, che ci sia un solo comune fondamento per tutte le malattie mentali. I disturbi mentali sono costituiti da costellazioni di sintomi e segni non specifici. In ambito psicologico e psichiatrico, nessun sintomo o segno, o loro combinazione, è mai davvero patognomonico (cioè, permette di fare la diagnosi di certezza di un determinato disturbo). Al contrario, esiste una continua interscambiabilità di manifestazioni patologiche ed è impossibile individuare combinazioni di variabili che siano condizione sufficiente e necessaria per fare una diagnosi differenziale (cioè, che permettano di distinguere un quadro morboso da un altro). Persino i test diagnostici utilizzati in psicologia e psichiatria hanno solo un’utilità statistica o, al massimo, medico-legale, ma forniscono indicazione cliniche assai approssimative e grossolane.


𝗡𝗲𝗶 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗢𝘁𝘁𝗼𝗰𝗲𝗻𝘁𝗼, 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝗯𝗼𝗿𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗵𝗶𝗮𝘁𝗿𝗶𝗮 𝘀𝗰𝗶𝗲𝗻𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮, 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘃𝗮𝗹𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗲𝗿𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘃𝗶 𝗳𝗼𝘀𝘀𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗮 𝗺𝗮𝗹𝗮𝘁𝘁𝗶𝗮 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲, corrispondente a una progressiva, e sempre più grave, insufficienza delle funzioni cerebrali (𝘌𝘪𝘯𝘩𝘦𝘪𝘵𝘴𝘱𝘴𝘺𝘤𝘩𝘰𝘴𝘦). Il principale sistematizzatore di questo approccio fu il tedesco 𝗪. 𝗚𝗿𝗶𝗲𝘀𝗶𝗻𝗴𝗲𝗿. Per molte ragioni poi, questa visione perse credito e, verso la fine dell’Ottocento e per quasi tutto il Novecento, si affermò l’idea che anche in psichiatria, come nel resto della medicina, esistessero malattie distinte, separate le une dalle altre, ciascuna caratterizzata da una o più specifiche cause, sintomi, decorso e alterazioni anatomiche (macroscopiche o microscopiche o, addirittura, solo molecolari). Eppure, nonostante tutti i tentativi in tal senso, l’esistenza di entità nosografiche (malattie) distinte non fu mai davvero provata e ancor oggi sfugge a una dimostrazione rigorosa.


𝗣𝘀𝗶𝗰𝗵𝗶𝗮𝘁𝗿𝗶 𝗲 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶 𝗰𝗹𝗶𝗻𝗶𝗰𝗶 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗰𝗶𝗹𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮𝗱𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘁𝗿𝗮 𝘁𝗲𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗲 𝗽𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮 utilizzando sempre più spesso categorie come “co-morbilità”, “stati limite”, “stati misti” e ricorrendo a fantasiose combinazioni diagnostiche (psicosi schizoaffettive, disturbi ossessivo-psicotici, somatoformi-schizofrenici, ecc.) che spesso rispondevano soprattutto alla “moda” del momento. Da qualche anno, ad esempio, si sente molto parlare di disturbi “bipolari”. Il mio sospetto è che oggi questa diagnosi serva principalmente a giustificare l’uso contemporaneo, nello stesso malato, di due classi di psicofarmaci che nacquero, invece, per usi separati: gli antipsicotici e gli stabilizzatori dell’umore. In realtà, l’attuale psicofarmacologia, pur basandosi, almeno ufficialmente, sulle tradizionali classi di medicinali, non le rispetta praticamente più. Sta diventando evidente che quasi tutti gli psicofarmaci trovano indicazione in quasi tutte le affezioni. La poli-prescrizione, spesso disprezzata scientificamente, è diventata una pratica comune di quasi tutti gli specialisti.


𝗡𝗲𝗹 𝗳𝗿𝗮𝘁𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼, 𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶𝗿𝗲 𝗱𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝟭𝟵𝟴𝟬, 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗼𝘀𝗶 𝘀𝘁𝘂𝗱𝗶 𝗴𝗲𝗻𝗲𝘁𝗶𝗰𝗶 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗮𝘁𝗼 𝗮 𝘀𝘂𝗴𝗴𝗲𝗿𝗶𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝘂𝗺 𝘁𝗿𝗮 𝗹𝗲 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝘀𝗶, cioè tra le malattie mentali più gravi. In particolare, nel 2013, lo 𝘗𝘴𝘺𝘤𝘩𝘪𝘢𝘵𝘳𝘪𝘤 𝘎𝘦𝘯𝘰𝘮𝘪𝘤𝘴 𝘊𝘰𝘯𝘴𝘰𝘳𝘵𝘪𝘶𝘮 (il più importante consorzio internazionale dedicato alla genetica dei disturbi mentali) ha dimostrato su un campione molto vasto, di quasi trentaquattromila pazienti (𝘕𝘢𝘵𝘶𝘳𝘦 𝘎𝘦𝘯𝘦𝘵𝘪𝘤𝘴 - 𝘥𝘰𝘪: 10.1038/𝘯𝘨.2711), che i cinque disturbi psichiatrici maggiori (autismo, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, disturbo bipolare, depressione e schizofrenia) hanno profili genetici uguali, cioè geneticamente parlando sono una sola malattia. Così, clinici e ricercatori hanno cominciato a domandarsi se si debba riconsiderare l’ipotesi della malattia mentale unica o, perlomeno, quella di un unico fondamento comune a tutte le malattie mentali. Ho l’impressione che la risposta a questa domanda sia un po’ come la famosa lettera rubata del racconto di E.A.Poe: talmente evidente che nessuno riesce a vederla.


𝗡𝗲𝗹 𝟭𝟵𝟭𝟮, 𝗞𝗮𝗿𝗹 𝗔𝗯𝗿𝗮𝗵𝗮𝗺, 𝘂𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗶 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗶 𝗮𝗹𝗹𝗶𝗲𝘃𝗶 𝗱𝗶 𝗙𝗿𝗲𝘂𝗱, 𝘁𝗲𝗻𝗻𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘀𝘂 “L’indagine e il trattamento psicoanalitico della pazzia maniaco-depressiva e delle condizioni correlate”. Il testo della conferenza si aprì con l’affermazione “𝘭’𝘢𝘧𝘧𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘥𝘦𝘱𝘳𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘦̀ 𝘥𝘪𝘧𝘧𝘶𝘴𝘰 𝘪𝘯 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘦 𝘭𝘦 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘦 𝘥𝘪 𝘯𝘦𝘷𝘳𝘰𝘴𝘪 𝘦 𝘱𝘴𝘪𝘤𝘰𝘴𝘪 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘢𝘯𝘨𝘰𝘴𝘤𝘪𝘢 […] 𝘈𝘯𝘨𝘰𝘴𝘤𝘪𝘢 𝘦 𝘥𝘦𝘱𝘳𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘵𝘳𝘢 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘤𝘰𝘭𝘭𝘦𝘨𝘢𝘵𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘰 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘭𝘰 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘶𝘳𝘢 𝘦 𝘪𝘭 𝘥𝘰𝘭𝘰𝘳𝘦”. Questa affermazione non fu mai ripresa seriamente né da Abraham né da altri psicoanalisti (compreso Freud). Eppure, Abraham descriveva in modo semplice e diretto un’esperienza universale, un fatto comprensibile e chiaro, che chiunque poteva verificare: non esiste disagio psicologico – di qualsiasi tipo e gravità - che non implichi una sensazione di dolore e paura. Ecco, quindi, la mia terza considerazione (che, scherzosamente, potremmo chiamare il "𝘁𝗲𝗼𝗿𝗲𝗺𝗮 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗱𝗶𝘀𝘁𝘂𝗿𝗯𝗶 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗶”):


𝟯) 𝗢𝗴𝗻𝗶 𝗱𝗶𝘀𝘁𝘂𝗿𝗯𝗼 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗼 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗮 𝗲 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗶𝗻 𝗯𝗮𝘀𝗲 𝗮𝗶 𝗱𝗮𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁𝗮̀ 𝗼 𝗲̀ 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗯𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝘃𝗮𝗿𝗶 𝘀𝗶𝗻𝘁𝗼𝗺𝗶 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝘁𝗶 𝗲 𝘀𝗼𝘀𝘁𝗲𝗻𝘂𝘁𝗶 𝗱𝗮 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗮 𝗲 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗲. Uso i termini “paura” e “dolore” per indicare in modo semplice e chiaro, come fece Abraham, i due sentimenti nella loro forma più essenziale ed elementare. Ogni lingua ha elaborato un gran numero di parole per indicare diverse sfumature di paura e dolore. Alcune di queste parole hanno acquisito anche un significato tecnico (ansia, angoscia, depressione, disforia, ecc.) e sono state usate per descrivere con più precisione situazioni cliniche diverse tra loro. Queste differenze sono importanti ma restano pur sempre sfumature di uno stesso fenomeno, come le diverse tonalità di un colore o gli armonici di una stessa nota musicale. Per semplificare e rendere meno faticosa la lettura dell’articolo, io userò quasi sempre i termini paura e dolore per riferirmi all’intero spettro di emozioni collegate.


𝗣𝗮𝘂𝗿𝗮 𝗲 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗲 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗶𝗹 𝗺𝗼𝘁𝗶𝘃𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝘂𝗶 𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗵𝗶𝗲𝗱𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗮𝗶𝘂𝘁𝗮𝘁𝗲. Alcune persone giungono dal medico, dallo psicologo, dallo psicoanalista proprio perché soffrono di paura o di dolore immotivati o eccessivi: sono coloro che hanno disturbi d’ansia (crisi di panico, ansia sociale, fobie e così via) o che lamentano varie forme di depressione (da un senso di generale insoddisfazione e disagio, sino a una totale perdita di interesse nel lavoro o nello studio, a situazioni di profonda tristezza e pensieri di rovina e di morte). Altri pazienti si presentano con sintomi diversi: rituali ossessivi, disturbi somatici, inibizioni di vario tipo, disturbi alimentari, insonnia e iperattività, allucinazioni, idee bizzarre, pensieri di persecuzione. Anche costoro, però, hanno deciso di rivolgersi a uno specialista perché il loro sintomo (o insieme di sintomi) genera direttamente o indirettamente paura e dolore. Di fatto, la sofferenza psichica è sempre paura e dolore. Se paura e dolore sono assenti, le persone non si sentono malate e non chiedono di essere curate, qualunque siano le loro condizioni mentali valutate “oggettivamente”. Quando, per avventura, uno di questi “pazienti” che non si sentono malati giunge nello studio del medico (perché portato da un familiare o sotto qualche altra pressione sociale) è facile prevedere che se ne andrà non appena gli sarà possibile.


𝗜𝗹 𝗱𝗶𝘀𝗮𝗴𝗶𝗼 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗵𝗮, 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗮𝘃𝗶𝗮, 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝘂𝗮 𝗼𝗴𝗴𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶𝘁𝗮̀, 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗼𝗴𝗴𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮. Origina da un grande numero di cause e concause: fisiche, genetiche, chimiche, psicologiche, ambientali, sociali e altre ancora. L’osservazione clinica dimostra, però, che tutta questa molteplicità di fattori concorre a generare sempre le due stesse reazioni elementari: paura e dolore. In linguaggio medico, diremmo che le malattie mentali (dalle più lievi alle più gravi) hanno numerose e concomitanti eziologie ma sempre la medesima patogenesi (qui si aprirebbe un’interessantissima questione che non si può, però, discutere ora: poiché l’esperienza della paura e del dolore psicologici, non generati da eventi esterni, è universale e precoce in tutti gli esseri umani, questo significa che tutti abbiamo sofferto di un disturbo mentale nelle fasi iniziali della nostra vita? Una geniale e controversa psicoanalista inglese, 𝗠𝗲𝗹𝗮𝗻𝗶𝗲 𝗞𝗹𝗲𝗶𝗻, lo pensava).


𝗜𝗹 𝗻𝘂𝗰𝗹𝗲𝗼 𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗮 𝗲 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗲 𝗽𝘂𝗼̀, 𝗾𝘂𝗶𝗻𝗱𝗶, 𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝗿𝘀𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗲𝘁𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗻 𝗺𝗮𝗹𝗮𝘁𝘁𝗶𝗮 𝗼𝗽𝗽𝘂𝗿𝗲 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝗿𝗲 𝘀𝗶𝗻𝘁𝗼𝗺𝗶 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗲 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗮 𝗴𝗿𝗮𝘃𝗶𝘁𝗮̀. Questi sintomi, che si potrebbero chiamare “secondari”, hanno l’obiettivo di contrastare, o perlomeno lenire, la sofferenza psicologica. Purtroppo, questi tentativi di autoguarigione quasi sempre falliscono e diventano loro stessi causa di ulteriore sofferenza. Questo decorso è facilmente osservabile in gran parte dei malati. Ad esempio, una persona che soffre di crisi d’ansia quando entra in un luogo chiuso (claustrofobia) può iniziare a evitare tutti i luoghi chiusi. Inizialmente, il sintomo secondario (il rifiuto di entrare in spazi ristretti) riuscirà a impedire l’esplodere della paura. Dopo un po’, però, i luoghi “proibiti” si moltiplicheranno: il malato non potrà più viaggiare in treno o in aereo e persino gli sarà precluso guidare l’automobile. Alla fine, la sua vita diventerà un ginepraio di proibizioni e un vero inferno.


𝗖𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗮𝘀𝗶 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝗶 𝘀𝗶𝗻𝘁𝗼𝗺𝗶 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮𝗿𝗶 𝗿𝗶𝗲𝘀𝗰𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗱 𝗼𝘁𝘁𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲, 𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗽𝗮𝗿𝘇𝗶𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲, 𝗶𝗹 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝘀𝗰𝗼𝗽𝗼, seppure a prezzo di importanti limitazioni o bizzarrie nella vita delle persone. Sono “guarigioni per difetto” che conducono alla situazione in cui una persona è “oggettivamente” malata di mente (a volte persino in modo grave) ma è riuscita a rendere latenti paura e dolore, a non avvertirli quasi più. In questi casi, la sofferenza psicologica non è stata davvero risolta ma è stata solo nascosta a sé stessi e agli altri. Ecco perché queste persone, se condotte “a forza” a curarsi, scappano appena possono: pur senza dirselo apertamente, avvertono il pericolo che l’intervento esterno rompa il fragile equilibrio che hanno raggiunto (e magari anche perdano i vantaggi pratici che a volte ne hanno ricavato).


𝗨𝗻 𝗮𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗲𝘀𝘀𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝘀𝗰𝗼𝗽𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝘂𝗿𝗮 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗮𝗻𝗮𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗲̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗮 𝗲 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗲 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗶𝗻 𝗮𝗽𝗽𝗮𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗶𝗻𝘁𝗶, ma sono, invece, le due facce di una medesima medaglia. Non è raro, infatti, che la paura serva a tener lontano il dolore, così come il dolore insorga come conseguenza della paura. In realtà, qualunque sia l’eziologia di una determinata malattia mentale, paura e dolore sembrano essere sempre generate da un’identica esperienza (reale o fantasticata): la solitudine. Questa affermazione deve essere rapidamente spiegata per evitare equivoci. Da molti anni la psicoanalisi, la psicologia sperimentale, l’etologia, la neurobiologia studiano attaccamento e abbandono come fattori critici nello sviluppo delle malattie mentali. A partire dalla cronaca di 𝗙𝗿𝗮 𝗦𝗮𝗹𝗶𝗺𝗯𝗲𝗻𝗲 dell’esperimento dell'imperatore Federico II di Svevia (1194-1250) sino alle osservazioni, negli anni 1950, dei coniugi 𝗛𝗮𝗿𝗹𝗼𝘄 sulle scimmiette e di 𝗥𝗲𝗻𝗲́ 𝗦𝗽𝗶𝘁𝘇 sui neonati ospedalizzati, si sa bene che la deprivazione da contatto può portare addirittura alla morte (e lo si è tragicamente verificato anche durante l’epidemia di COVID, tra gli anziani ricoverati nelle RSA). Tuttavia, parlando di solitudine io non mi riferisco tanto a queste esperienze di abbandono, quanto alla solitudine descritta da 𝗣𝗮𝘂𝗹 𝗔𝘂𝘀𝘁𝗲𝗿 nella sua opera più bella e tragica, “L’invenzione della solitudine”.


𝗚𝘂𝗮𝗿𝗱𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗱𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝘀𝗲́ 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗶 𝗲 𝗼𝘀𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹𝗲 𝘃𝗶𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗹𝗲 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗿𝗴𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗶𝘁𝘂𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝘁𝗿𝗲𝗺𝗲𝗻𝗱𝗮, quella che tutti temiamo e che – quando ci coglie – ci getta nello sconforto più profondo, è quella che nasce dentro di noi, dalle nostre rabbie, dall’odio e dall’invidia verso coloro che sono legati a noi, a cui pure vogliamo bene. La cosa più tremenda non è essere abbandonati da chi amiamo, ma abbandonarlo noi, tradirlo. Questa è l’essenza dell’esperienza della solitudine che genera un deserto nell’animo umano. Questo deserto, da cui nessuno totalmente sfugge, lo si cerca, poi, di occupare con mille cose, che, a ben vedere, sono già sintomi di disagio mentale ma che, essendo “normali” nella nostra società, vengono accettate di buon grado. Da questo deserto nascono, come vento forte, anche paura e dolore, di cui tutti sentiamo dolorosa la presenza e sotto il cui peso alcuni di noi soccombono. "Ma la notte risurge, e oramai è da partir, ché tutto avem veduto".


𝗤𝘂𝗶 𝗺𝗶 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗮𝗿𝘁𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼 𝗵𝗮 𝗴𝗶𝗮̀ 𝗿𝗮𝗴𝗴𝗶𝘂𝗻𝘁𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗵𝗲𝘇𝘇𝗮 𝗶𝗺𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 e sospetto che ben pochi di voi saranno giunti sino alla fine. Mi ero ripromesso di rispondere ad alcune domande: temo di averne, invece, solo create altre e che ora davvero non sappiate cos'è la depressione. Vi chiedo perdono. Da qualche parte (mi sembra ne "L’Idiota"), 𝗗𝗼𝘀𝘁𝗼𝗲𝘃𝘀𝗸𝗶𝗷 ha scritto “𝘉𝘪𝘴𝘰𝘨𝘯𝘢 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘳𝘦 𝘮𝘰𝘭𝘵𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘳𝘪𝘶𝘴𝘤𝘪𝘳𝘦 𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘳𝘯𝘦 𝘶𝘯𝘢”.

𝘼𝙙𝙙𝙞𝙤! 𝘼𝙥𝙥𝙡𝙖𝙪𝙙𝙞𝙩𝙚, 𝙫𝙞𝙫𝙚𝙩𝙚 𝙚 𝙗𝙚𝙫𝙚𝙩𝙚.



 
 
 

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ultimo aggiornamento: 15/06/2026

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