GLI STRANIERI
- Emilio Mordini

- 28 mag 2025
- Tempo di lettura: 6 min

𝙂𝙞𝙢𝙥𝙚𝙡 𝙩𝙝𝙚 𝙛𝙤𝙤𝙡 𝗚𝗶𝗺𝗽𝗲𝗹 𝗹𝗼 𝘀𝗰𝗶𝗼𝗰𝗰𝗼, 𝗲̀ 𝗶𝗹 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗜𝘀𝗮𝗮𝗰 𝗕𝗮𝘀𝗵𝗲𝘃𝗶𝘀 𝗦𝗶𝗻𝗴𝗲𝗿. Gimpel vive a Frampol, il piccolo villaggio vicino a Cracovia teatro di tante novelle dello scrittore yiddish. Gimpel crede ad ogni cosa gli si dica e questo suo candore lo rende ridicolo e stupido agli occhi dei concittadini. Passando da inganno ad inganno, tradito dalla moglie, abbandonato da tutti, Gimpel si riduce a vagare per il mondo chiedendo ospitalità a chi trova. Incontrando gente di ogni paese, vedendo posti lontani e strani, Gimpel raggiunge, però, una sua saggezza: capisce che non c’è inganno veramente possibile e che tutto è, in qualche modo, vero. Non ha senso domandarsi cosa siano menzogna e verità.
𝗢𝗴𝗻𝗶 𝗱𝗶𝘀𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝘀𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗶𝗴𝗲 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝘂𝗻 𝗳𝗹𝘂𝗶𝗿𝗲 𝗳𝗲𝗻𝗼𝗺𝗲𝗻𝗶𝗰𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗺𝘂𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗶𝗻 𝘂𝗻 𝗰𝗮𝗹𝗲𝗶𝗱𝗼𝘀𝗰𝗼𝗽𝗶𝗼 𝗲 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗮 𝗮𝗳𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 può cogliere l’essenza di ciò che è, se mai un’essenza esiste: " 𝘎𝘭𝘪 𝘌𝘵𝘪𝘰𝘱𝘪 𝘥𝘪𝘤𝘰𝘯𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘪 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘥𝘦̀𝘪 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘪𝘭 𝘯𝘢𝘴𝘰 𝘤𝘢𝘮𝘶𝘴𝘰 𝘦 𝘴𝘰𝘯 𝘯𝘦𝘳𝘪, 𝘪 𝘛𝘳𝘢𝘤𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘨𝘭𝘪 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪 𝘢𝘻𝘻𝘶𝘳𝘳𝘪 𝘦 𝘪 𝘤𝘢𝘱𝘦𝘭𝘭𝘪 𝘳𝘰𝘴𝘴𝘪 […] 𝘌 𝘯𝘦𝘴𝘴𝘶𝘯 𝘶𝘰𝘮𝘰 𝘩𝘢 𝘮𝘢𝘪 𝘴𝘤𝘰𝘳𝘵𝘰 𝘭’𝘦𝘴𝘢𝘵𝘵𝘢 𝘷𝘦𝘳𝘪𝘵𝘢̀, 𝘯𝘦́ 𝘤𝘪 𝘴𝘢𝘳𝘢̀ 𝘮𝘢𝘪 𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘢𝘱𝘱𝘪𝘢 𝘢𝘵𝘵𝘰𝘳𝘯𝘰 𝘢𝘨𝘭𝘪 𝘥𝘦̀𝘪 𝘢 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘦 𝘭𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘦 𝘤𝘩’𝘪𝘰 𝘥𝘪𝘤𝘰: 𝘤𝘩𝘦́ 𝘴𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘰 𝘢𝘳𝘳𝘪𝘷𝘢𝘴𝘴𝘦 𝘢𝘥 𝘦𝘴𝘱𝘳𝘪𝘮𝘦𝘳𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘪𝘶𝘵𝘢 𝘢𝘭 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘢𝘭𝘵𝘰 𝘨𝘳𝘢𝘥𝘰, 𝘯𝘦𝘱𝘱𝘶𝘳𝘦 𝘭𝘶𝘪 𝘯𝘦 𝘢𝘷𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘢𝘷𝘪𝘢 𝘷𝘦𝘳𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘦𝘯𝘻𝘢, 𝘱𝘰𝘪𝘤𝘩𝘦́ 𝘥𝘪 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘷𝘪 𝘦̀ 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘶𝘯 𝘴𝘢𝘱𝘦𝘳𝘦 𝘢𝘱𝘱𝘢𝘳𝘦𝘯𝘵e" (Senofane, Fr. 22, 34 D.K.).
𝗤𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹 “𝗿𝗲𝗹𝗮𝘁𝗶𝘃𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲” 𝗲̀ 𝗼𝘃𝘃𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗮𝘁𝗲𝗴𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗺𝗼𝗱𝗲𝗿𝗻𝗮 𝗲𝗽𝗽𝘂𝗿𝗲 difficilmente si sfugge alla sensazione che vi sia un 𝘧𝘪𝘭 𝘳𝘰𝘶𝘨𝘦 che unisce modi remoti, ma anche molto simili, di reagire alla scoperta della molteplicità delle culture, dei costumi, delle morali, e, più in generale, alla totalità dei fatti che determinano il mondo. Vi è un nucleo comune in tutte queste situazioni, ed è l’esperienza della vicinanza con lo “straniero”.
𝗦𝘁𝗿𝗮𝗻𝗶𝗲𝗿𝗼 𝗲̀ 𝗰𝗼𝗹𝘂𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗲̀ 𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼𝗿𝗮𝗻𝗲𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘃𝗶𝗰𝗶𝗻𝗼. 𝗡𝗲𝗶 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗶 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗶 𝗺𝗼𝗱𝗲𝗿𝗻𝗶, 𝗹𝗼 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗻𝗶𝗲𝗿𝗼 𝗲̀ 𝗰𝗼𝗹𝘂𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗶𝘀𝗶𝗲𝗱𝗲 𝗶𝗻 𝘂𝗻𝗮 𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 senza possederne la cittadinanza e ciò implica una sua primitiva esclusione dal patto costituzionale. L’esperienza dell’essere straniero, tuttavia, è antica quanto lo sono le società umane perché definisce una dimensione più sottile e sfuggente, quella di non sentirsi - e non essere sentito - completamente parte della comunità in cui si vive. Fu Georg Simmel agli inizi del secolo scorso a condurre la prima, e ancora oggi più importante, analisi della categoria di straniero. La caratteristica principale che Simmel attribuisce allo straniero è l’idea di viaggio senza fine: lo straniero è, per definizione, colui che ha iniziato un viaggio che non terminerà mai. Questa condizione è manifesta in ogni migrante che, avendo tagliato i propri legami con la terra d’origine, si condanna ad essere per sempre un viaggiatore.
𝗘𝗻𝘁𝗿𝗮𝗺𝗯𝗲 𝗹𝗲 𝗱𝘂𝗲 𝗽𝗿𝗶𝗻𝗰𝗶𝗽𝗮𝗹𝗶 𝘀𝗼𝗿𝗴𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗼𝗰𝗰𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲, 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗲𝗯𝗿𝗮𝗶𝗰𝗮 𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗴𝗿𝗲𝗰𝗮, 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗼𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗻𝘀𝗶𝘁𝗮̀ 𝗶𝗹 𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝘃𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗮𝘁𝗿𝗶𝗮. L’esperienza dell’esilio e della deportazione nel popolo ebraico, e l’esperienza delle colonie e delle migrazioni nei Greci sono probabilmente all’origine della percezione della condizione di straniero nel mondo giudeo-cristiano. Entrambe le culture hanno raggiunto le loro forme artistiche più alte proprio cantando il tema del viaggio: basti pensare all’ Odissea e al libro dell’ Esodo o, forse ancor di più, al Salterio.
𝗚𝗹𝗶 𝘀𝘁𝘂𝗱𝗶𝗼𝘀𝗶 𝗮𝗿𝗴𝗼𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗳𝗶𝗴𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗶 𝗨𝗹𝗶𝘀𝘀𝗲 𝗱𝗶𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗗𝗶𝘃𝗶𝗻𝗮 𝗖𝗼𝗺𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮, un uomo dominato dall’ ardore di “𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘪𝘳 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘦𝘴𝘱𝘦𝘳𝘵𝘰 𝘦 𝘥𝘦 𝘭𝘪 𝘷𝘪𝘻𝘪 𝘶𝘮𝘢𝘯𝘪 𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘷𝘢𝘭𝘰𝘳𝘦”, è ben lontana da quella del mito greco. Tuttavia, è difficile sfuggire alla suggestione che l’Ulisse dantesco abbia ancora in qualche modo a che vedere con Odisseo di Omero che “𝘥𝘪 𝘮𝘰𝘭𝘵𝘪 𝘶𝘰𝘮𝘪𝘯𝘪 𝘭𝘦 𝘤𝘪𝘵𝘵𝘢̀ 𝘷𝘪𝘥𝘦 𝘦 𝘤𝘰𝘯𝘰𝘣𝘣𝘦 𝘭𝘢 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦, 𝘮𝘰𝘭𝘵𝘪 𝘥𝘰𝘭𝘰𝘳𝘪 𝘱𝘢𝘵𝘪́ 𝘪𝘯 𝘤𝘶𝘰𝘳𝘦 𝘴𝘶𝘭 𝘮𝘢𝘳𝘦, 𝘭𝘰𝘵𝘵𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘷𝘪𝘵𝘢 𝘦 𝘱𝘦𝘭 𝘳𝘪𝘵𝘰𝘳𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘪 𝘴𝘶𝘰𝘪” [trad. it. R.Calzecchi Onesti]. Nostalgia e curiosità, malinconia e desiderio si spartiscono sempre il cuore del viandante perché ogni viaggio è compreso tra due orizzonti: quello che si è abbandonato, quello verso cui ci si dirige.
𝗟’𝘂𝗼𝗺𝗼 𝗲𝗯𝗿𝗮𝗶𝗰𝗼 𝗲̀ 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗻𝗶𝗲𝗿𝗼 𝗶𝗻 𝘂𝗻 𝗱𝘂𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼: 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗶𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗺𝗲𝘀𝘀𝗮 𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗹’𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗮 𝗲̀ 𝗰𝗼𝘀𝗶̀ 𝗱𝗲𝘀𝗼𝗹𝗮𝗻𝘁𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗯𝗿𝗲𝘃𝗲 𝗱𝗮 𝗰𝗿𝗲𝗮𝗿𝗲 𝘂𝗻’ 𝗶𝗻𝗳𝗶𝗻𝗶𝘁𝗮 𝘃𝗲𝗿𝘁𝗶𝗴𝗶𝗻𝗲. Il mare si apre allo scorrere lento della nave e si richiude lungo la scia creata dalla carena, ma noi non siamo la nave che passa: noi siamo la scia impalpabile che nasce e scompare senza lasciare traccia, siamo il soffio, la rugiada che svanisce alle prime luci del sole: "𝘜𝘯 𝘴𝘰𝘧𝘧𝘪𝘰 (𝘩𝘦𝘣𝘦𝘭) 𝘦̀ 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘶𝘮𝘢𝘯𝘰 / 𝘈𝘴𝘤𝘰𝘭𝘵𝘢 𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘱𝘳𝘦𝘨𝘩𝘪𝘦𝘳𝘢 𝘚𝘪𝘨𝘯𝘰𝘳𝘦, / 𝘱𝘰𝘳𝘨𝘪 𝘭’𝘰𝘳𝘦𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘢𝘭 𝘮𝘪𝘰 𝘨𝘳𝘪𝘥𝘰 𝘥𝘪 𝘢𝘪𝘶𝘵𝘰 / 𝘥𝘢𝘷𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘢𝘭𝘭𝘦 𝘮𝘪𝘦 𝘭𝘢𝘤𝘳𝘪𝘮𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘳𝘦𝘴𝘵𝘢𝘳𝘵𝘦𝘯𝘦 𝘮𝘶𝘵𝘰. / 𝘗𝘰𝘪𝘤𝘩𝘦́ 𝘶𝘯 𝘱𝘦𝘭𝘭𝘦𝘨𝘳𝘪𝘯𝘰 𝘪𝘰 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘥𝘪 𝘵𝘦, / 𝘶𝘯 𝘧𝘰𝘳𝘦𝘴𝘵𝘪𝘦𝘳𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘪 𝘮𝘪𝘦𝘪 𝘱𝘢𝘥𝘳𝘪" (Salmo 39, 12-13)
𝗠𝗮 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗮𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮, 𝗿𝗶𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗮 𝗲 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝗶𝗿𝗲 𝘀𝗲𝗴𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗽𝗲𝗿𝗮𝗻𝘇𝗮: " 𝘚𝘦𝘤𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘭𝘢 𝘧𝘦𝘥𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘪 𝘮𝘰𝘳𝘪𝘳𝘰𝘯𝘰, 𝘱𝘶𝘳 𝘯𝘰𝘯 𝘢𝘷𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘳𝘪𝘤𝘦𝘷𝘶𝘵𝘰 𝘭𝘦 𝘱𝘳𝘰𝘮𝘦𝘴𝘴𝘦, 𝘮𝘢 𝘢𝘷𝘦𝘯𝘥𝘰𝘭𝘦 𝘷𝘪𝘴𝘵𝘦 𝘦 𝘴𝘢𝘭𝘶𝘵𝘢𝘵𝘦 𝘥𝘢 𝘭𝘰𝘯𝘵𝘢𝘯𝘰, 𝘦 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘦𝘯𝘥𝘰𝘴𝘪 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘯𝘪𝘦𝘳𝘪 𝘦 𝘱𝘦𝘭𝘭𝘦𝘨𝘳𝘪𝘯𝘪 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘵𝘦𝘳𝘳𝘢. 𝘘𝘶𝘦𝘭𝘭𝘪 𝘪𝘯𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘪𝘤𝘰𝘯𝘰 𝘵𝘢𝘭𝘪 𝘤𝘰𝘴𝘦 𝘮𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘦𝘳𝘤𝘢𝘯𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘱𝘢𝘵𝘳𝘪𝘢" (Ebrei, 11, 13-14).
𝗣𝗲𝗿 𝗶 𝗖𝗿𝗶𝘀𝘁𝗶𝗮𝗻𝗶, 𝗶𝗹 𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝘃𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝘀𝗶 𝗺𝘂𝘁𝗮 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗲𝗹𝗹𝗲𝗴𝗿𝗶𝗻𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼, 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝘁𝗿𝗼𝘃𝗮 𝘀𝘃𝗶𝗹𝘂𝗽𝗽𝗮𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝗺𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗳𝗶𝗹𝗼𝘀𝗼𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗲 𝗿𝗲𝗹𝗶𝗴𝗶𝗼𝘀𝗮 – da Origene sino a Giovani della Croce - e nella tradizione del Cristianesimo orientale. Nei Padri del Deserto, ad esempio, assume le forme della 𝘹𝘦𝘯𝘪𝘵𝘦𝘪𝘢, cioè dell’ esilio, della “stranieritudine”. Per questi monaci della Chiesa dei primi secoli il considerarsi ovunque stranieri era parte integrante dell’esperienza ascetica: "𝘜𝘯 𝘮𝘰𝘯𝘢𝘤𝘰 𝘥𝘪𝘴𝘴𝘦: ‘𝘝𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘢𝘣𝘪𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘯 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪 𝘧𝘳𝘢𝘵𝘦𝘭𝘭𝘪: 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘯 𝘭𝘰𝘳𝘰?’ 𝘐𝘭 𝘷𝘦𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘳𝘪𝘴𝘱𝘰𝘴𝘦: ‘𝘊𝘰𝘮𝘦 𝘯𝘦𝘭 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘰 𝘨𝘪𝘰𝘳𝘯𝘰, 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘴𝘦𝘪 𝘢𝘳𝘳𝘪𝘷𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘭𝘰𝘳𝘰, 𝘢𝘣𝘣𝘪 𝘤𝘶𝘳𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘵𝘶𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘥𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘯𝘪𝘦𝘳𝘰' " (Apophthegmata Patrum, Agatone 1).
𝗟𝗮 𝘀𝗽𝗶𝗿𝗶𝘁𝘂𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗶 𝗣𝗮𝗱𝗿𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗗𝗲𝘀𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗶𝗯𝘂𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗮 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗮𝗻𝗶𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗖𝗿𝗶𝘀𝘁𝗶𝗮𝗻𝗲𝘀𝗶𝗺𝗼 𝗢𝗿𝘁𝗼𝗱𝗼𝘀𝘀𝗼 come si trova espressa nei Racconti di un pellegrino russo con il loro famoso incipit: "𝘗𝘦𝘳 𝘨𝘳𝘢𝘻𝘪𝘢 𝘥𝘪 𝘋𝘪𝘰 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘶𝘰𝘮𝘰 𝘦 𝘊𝘳𝘪𝘴𝘵𝘪𝘢𝘯𝘰, 𝘱𝘦𝘳 𝘰𝘱𝘦𝘳𝘦 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘱𝘦𝘤𝘤𝘢𝘵𝘰𝘳𝘦, 𝘱𝘦𝘳 𝘷𝘰𝘤𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘱𝘦𝘭𝘭𝘦𝘨𝘳𝘪𝘯𝘰 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘪𝘮𝘰𝘳𝘢, 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘦𝘵𝘰 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘣𝘢𝘴𝘴𝘰, 𝘦𝘳𝘳𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘭𝘶𝘰𝘨𝘰 𝘪𝘯 𝘭𝘶𝘰𝘨𝘰" (trad.it. A.Ferrari, Città Nuova:Roma, 1997).
𝗗𝗶𝗼 𝗮𝘁𝘁𝗲𝗻𝗱𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗲𝗹𝗹𝗲𝗴𝗿𝗶𝗻𝗼, 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗭𝗲𝘂𝘀 𝗮𝘁𝘁𝗲𝘀𝗲 𝗘𝗱𝗶𝗽𝗼 𝗮 𝗖𝗼𝗹𝗼𝗻𝗼: “𝘌̀ 𝘰𝘳𝘢. 𝘗𝘳𝘦𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘰 𝘮𝘪 𝘴𝘧𝘦𝘳𝘻𝘢. 𝘋𝘦𝘷𝘰 𝘢𝘯𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘴𝘱𝘢𝘻𝘪. 𝘕𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘥𝘪𝘴𝘵𝘳𝘢𝘳𝘮𝘪. 𝘍𝘪𝘨𝘭𝘪𝘦, 𝘲𝘶𝘪, 𝘥𝘪𝘦𝘵𝘳𝘰 𝘪 𝘮𝘪𝘦𝘪 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘪! 𝘓𝘶𝘤𝘦 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘢, 𝘴𝘶 𝘥𝘪 𝘮𝘦: 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘪𝘰 𝘱𝘪𝘭𝘰𝘵𝘢, 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘧𝘰𝘴𝘵𝘦 𝘷𝘰𝘪, 𝘢 𝘮𝘦” (Edipo a Colono, trad.it. F.Ferrari). Ma oggi al posto del boschetto sacro sorge un centro commerciale e di Zeus si sono perse per sempre le tracce. Il pellegrino moderno, come Stepàn Trofimovič, il personaggio de 𝘐 𝘋𝘦𝘮𝘰𝘯𝘪 di Dostoevskij, è sperduto nella sua solitudine: "𝘯𝘰𝘯 𝘢𝘷𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘮𝘢𝘪 𝘱𝘰𝘵𝘶𝘵𝘰 𝘪𝘮𝘮𝘢𝘨𝘪𝘯𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘦 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰, 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘭𝘦𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘴𝘰𝘭𝘰, 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘥𝘢 𝘮𝘢𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘦 𝘪𝘯 𝘶𝘯𝘢 𝘵𝘢𝘭𝘦 𝘴𝘪𝘵𝘶𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦, 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘷𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯 𝘷𝘦𝘳𝘰 𝘵𝘦𝘳𝘳𝘰𝘳𝘦 […] 𝘓𝘢 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘥𝘢 𝘮𝘢𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘦̀ 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘥𝘪 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘮𝘪𝘯𝘢𝘣𝘪𝘭𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘭𝘶𝘯𝘨𝘰, 𝘥𝘪 𝘤𝘶𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘪 𝘷𝘦𝘥𝘦 𝘭𝘢 𝘧𝘪𝘯𝘦, 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘳𝘪𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘭𝘢 𝘷𝘪𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘶𝘰𝘮𝘰, 𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘪𝘭 𝘴𝘰𝘨𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘶𝘰𝘮𝘰" (F.Dostoevskij, I Demoni, trad.it G.Pacini).
𝗧𝗿𝗼𝗳𝗶𝗺𝗼𝘃𝗶𝗰̌ 𝗰𝗶 𝗽𝗿𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮 𝗮 𝗠𝗲𝗿𝘀𝗮𝘂𝗹𝘁, 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗮𝗴𝗼𝗻𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝙇’𝙚𝙩𝙧𝙖𝙣𝙜𝙚𝙧 𝗱𝗶 𝗔𝗹𝗯𝗲𝗿𝘁 𝗖𝗮𝗺𝘂𝘀. Mersault ha visto sua madre morire, ha rotto la sua relazione con la fidanzata Marie, ha ucciso un uomo. Ora, mentre in una cella attende di essere giustiziato, sente la propria estraneità da ogni cosa, l’impossibilità di trovare ragioni ai gesti umani. Rimane solo un attaccamento quasi animalesco alla vita, ma la vita, di per sé, si rivela come un viaggio assurdo: "“𝘉𝘦𝘯𝘦, 𝘥𝘶𝘯𝘲𝘶𝘦 𝘮𝘰𝘳𝘳𝘰̀.” 𝘗𝘳𝘪𝘮𝘢 𝘥𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪, 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘦𝘳𝘢 𝘦𝘷𝘪𝘥𝘦𝘯𝘵𝘦. 𝘔𝘢 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘴𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘢 𝘷𝘪𝘵𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘷𝘢𝘭𝘦 𝘭𝘢 𝘱𝘦𝘯𝘢 𝘥𝘪 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘷𝘪𝘴𝘴𝘶𝘵𝘢. […] 𝘥𝘢𝘷𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘯𝘰𝘵𝘵𝘦 𝘤𝘢𝘳𝘪𝘤𝘢 𝘥𝘪 𝘴𝘦𝘨𝘯𝘪 𝘦 𝘥𝘪 𝘴𝘵𝘦𝘭𝘭𝘦, 𝘮𝘪 𝘢𝘱𝘳𝘪𝘷𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘢 𝘷𝘰𝘭𝘵𝘢 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘵𝘦𝘯𝘦𝘳𝘢 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘧𝘧𝘦𝘳𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰. […] 𝘗𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘦 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘶𝘮𝘢𝘵𝘰, 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘮𝘪 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘴𝘴𝘪 𝘮𝘦𝘯𝘰 𝘴𝘰𝘭𝘰, 𝘯𝘰𝘯 𝘮𝘪 𝘳𝘦𝘴𝘵𝘢𝘷𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘱𝘦𝘳𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘪 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘦𝘳𝘰 𝘮𝘰𝘭𝘵𝘪 𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢𝘵𝘰𝘳𝘪 𝘪𝘭 𝘨𝘪𝘰𝘳𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘦𝘴𝘦𝘤𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘮𝘪 𝘢𝘤𝘤𝘰𝘨𝘭𝘪𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘰 𝘤𝘰𝘯 𝘶𝘳𝘭𝘢 𝘥𝘪 𝘰𝘥𝘪𝘰" (A.Camus, L’etranger, Gallimard:Paris, 1942)
𝗖𝗼𝗺𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗝𝘂𝗹𝗶𝗮 𝗞𝗿𝗶𝘀𝘁𝗲𝘃𝗮: "𝘙𝘪𝘵𝘳𝘰𝘷𝘢𝘵𝘰 𝘭’𝘰𝘥𝘪𝘰, 𝘔𝘦𝘳𝘴𝘢𝘶𝘭𝘵 𝘴𝘪 𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦 𝘢 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘢𝘳𝘦. 𝘚𝘪 𝘰𝘧𝘧𝘳𝘦 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘪𝘮𝘮𝘢𝘨𝘪𝘯𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘦 𝘶𝘳𝘭𝘢 𝘥𝘪 𝘰𝘥𝘪𝘰 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢𝘵𝘰𝘳𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘦𝘴𝘦𝘤𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘦 𝘭𝘢 𝘷𝘪𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘰𝘥𝘪𝘰 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘶𝘪 𝘭𝘰 𝘳𝘦𝘯𝘥𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘧𝘪𝘯𝘦 𝘧𝘦𝘭𝘪𝘤𝘦" (J. Kristeva, Etrangers à nous-mêmes, Gallimard:Paris, 1988).
𝗖𝗼𝘀𝗶̀, 𝗮𝗹 𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼, 𝗰𝗶 𝗱𝗼𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮𝗿𝗲 𝘀𝗲 𝗹’𝗼𝗱𝗶𝗼 𝘀𝗶𝗮 𝗶𝗹 𝗿𝗶𝘀𝘂𝗹𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗶𝗻𝗲𝘃𝗶𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗮 𝗰𝘂𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗱𝘂𝗰𝗲 𝗹’ 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗻𝗶𝗲𝗿𝗶 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗲𝘁𝗮̀. Forse è questa la cifra per capire il mondo in cui viviamo, dove se non si parla di epidemie, si parla di guerre; se non si parla di catastrofi ambientali, si parla di bambini uccisi e di crani sfondati a martellate in una villetta di provincia. Forse, come Mersault, siamo diventati solo più capaci – in attesa di morire - di godere dell’odio degli altri. Questo sarebbe davvero l’ inferno: il triste luogo popolato da “𝘨𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘥𝘰𝘭𝘰𝘳𝘰𝘴𝘦 𝘤’ 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘱𝘦𝘳𝘥𝘶𝘵𝘰 𝘪𝘭 𝘣𝘦𝘯 𝘥𝘦 𝘭’𝘪𝘯𝘵𝘦𝘭𝘭𝘦𝘵𝘵𝘰".



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