LA DEPRESSIONE
- Emilio Mordini

- 15 apr 2025
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 28 lug
𝗕𝗿𝗲𝘃𝗲 𝗖𝗼𝗿𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗜𝗴𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗠𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 – 𝗟𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻. 10
𝗟𝗮 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝘀𝗶𝗻𝘁𝗼𝗺𝗼 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼 𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼𝗰𝗵𝗲́ 𝘂𝗻𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗮𝗹𝗲, un po’ come l’ansia. insieme a cui costituisce la coppia di sintomi più comuni a tutti i disagi mentali. Nessun essere umano può, se è sincero, sostenere di non averne mai fatto esperienza. Tuttavia, nulla è più difficile da definire e da descrivere quanto ciò che ciascuno conosce.
𝗟𝗮 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗺𝗶𝘀𝘁𝗲𝗿𝗼 𝘀𝗶𝗻 𝗱𝗮𝗹 𝘀𝘂𝗼 𝗻𝗼𝗺𝗲. 𝗚𝗹𝗶 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗵𝗶 𝗹𝗮 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗮𝘃𝗮𝗻𝗼 𝗺𝗲𝗹𝗮𝗻𝗰𝗼𝗻𝗶𝗮 (cioè, “bile nera”, un umore tetro dovuto a un malfunzionamento dei visceri) oppure accidia, letteralmente “indifferenza, disinteresse” (ed era considerata un vizio). Il termine “depressione”, che significa letteralmente “schiacciati, abbattuti”, iniziò a essere usato in ambito medico solo nell’ Ottocento. Che cosa si indica con queste diverse espressioni?
𝗟𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗳𝗮𝗰𝗶𝗹𝗲: 𝗹𝗮 𝗽𝗲𝗿𝗱𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲, 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮 𝘁𝗿𝗶𝘀𝘁𝗲𝘇𝘇𝗮, 𝘂𝗻 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝘃𝘂𝗼𝘁𝗼, 𝗱𝗶 𝗮𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼, 𝘀𝗼𝗽𝗿𝗮𝘁𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝘂𝗻 𝗼𝗽𝗽𝗿𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗲 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼. Tuttavia, il dolore della depressione, anche se lo chiamiamo come quello provocato da una ferita, da un trauma fisico, da un mal di denti, è di natura diversa. A volte è una sofferenza lancinante e lacerante, del tutto simile a quella causata da un lutto o da una grave perdita; altre volte è un senso di profonda tristezza, un groppo alla gola, una voglia irrefrenabile di piangere; oppure, al contrario, una dolorosa morsa di ghiaccio che stringe il cuore accompagnata da un senso di vuoto, di assenza di ogni interesse per la vita. In alcuni casi, imita la sofferenza dell’agonia; in altri, la pallida solitudine dei morti.
𝗚𝗹𝗶 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗵𝗶𝗮𝘁𝗿𝗶 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗶𝗻𝗴𝘂𝗼𝗻𝗼 𝘀𝗼𝗹𝗶𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘁𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗿𝗲𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗲 𝗲 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗲𝗻𝗱𝗼𝗴𝗲𝗻𝗲; tra depressioni minori (o nevrotiche, a volte etichettate “sindromi ansioso-depressive”), depressioni profonde o maggiori (le c.d. “psicosi depressive”) e depressioni persistenti o distimia. Le depressioni reattive originano da dolori psicologici “normali”, dovuti cioè a cause che sembra logico che provochino dolore (ad esempio un lutto, una perdita, un danno subito, etc.) ma che si prolungano oltre il limite “normale” o che si presentano con un’intensità inusuale. Le depressioni endogene sono, invece, depressioni che si sviluppano in assenza di ogni causa esterna riconoscibile. La distinzione tra depressioni reattive ed endogene è abbastanza simile a quella tra depressioni minori, maggiori e distimia. In generale, le depressioni minori sono per la gran parte considerate reattive o provocate da un disturbo ansioso preesistente. Le depressioni maggiori, invece, si crede siano sempre endogene: si manifestano con idee irrazionali (di tipo delirante) di colpa, indegnità, catastrofe e morte. La distimia, infine, è uno stato depressivo che coinvolge la struttura di personalità di un malato, affetto per tutta la vita da un umor cupo e pessimista, da un’incapacità di gioire della vita e provare piacere.
𝗔𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗲 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗶𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝘀𝗶 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗮 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗲 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗶 𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗶 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝗵𝗼 𝗱𝗲𝘁𝘁𝗼, 𝗻𝗼𝗻 𝗹𝗼 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗺𝗼𝗹𝘁𝗲 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗲 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗲 𝗲, 𝘀𝗼𝗽𝗿𝗮𝘁𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼, 𝗹𝗼 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗿𝗮𝗿𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗻 𝗺𝗼𝗱𝗼 𝘀𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲. L’esperienza clinica insegna come le varie forme di depressione sfumino di frequente l’una nell’altra, che cambino nel corso del tempo e che le forme miste siano la norma. Così, la nosografia psichiatrica non va oltre un livello puramente descrittivo e, di conseguenza, fornisce anche poche indicazioni sul modo di affrontare questa malattia.
𝗟’𝗲𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲̀ 𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮, 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲, 𝗶𝗻 𝘂𝗻 𝗺𝗼𝗱𝗼 𝗺𝗮𝗴𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗗𝗶𝘃𝗶𝗻𝗮 𝗖𝗼𝗺𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮. Dante colloca i depressi – gli accidiosi – nel quinto cerchio dell’inferno, in una palude, detta Stige, nel punto più profondo dell’alto inferno. L’alto inferno è la zona dove scontano la loro pena i peccatori che non furono in grado di controllare i propri impulsi, la cupidigia e i desideri disordinati: sessuali, di gola, di possesso materiale. Il quinto cerchio ospita coloro che non seppero dominare l’ira, la superbia e l’invidia. Le anime di tutti costoro affiorano sulla superfice melmosa e maleodorante della palude, perennemente immersa in una nebbia cupa e spessa.
𝗜 𝗽𝗲𝗰𝗰𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶, 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗿𝗲 𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗮 𝗴𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗲 𝗯𝗲𝘀𝘁𝗲𝗺𝗺𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗽𝗶𝗲𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝗼𝗱𝗶𝗼 𝗲 𝗳𝘂𝗿𝗶𝗮, si dilaniano a vicenda e si sbranano, lacerandosi l’un con l’altro. L’acqua della palude gorgoglia attorno a loro come se, nel fondo melmoso, vi fossero nascoste ancora altre anime. Lasciamo la parola a Virgilio: «𝘍𝘪𝘨𝘭𝘪𝘰, 𝘰𝘳 𝘷𝘦𝘥𝘪 / 𝘭'𝘢𝘯𝘪𝘮𝘦 𝘥𝘪 𝘤𝘰𝘭𝘰𝘳 𝘤𝘶𝘪 𝘷𝘪𝘯𝘴𝘦 𝘭'𝘪𝘳𝘢;/ 𝘦 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘰' 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘶 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘦𝘳𝘵𝘰 𝘤𝘳𝘦𝘥𝘪 / 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘭'𝘢𝘤𝘲𝘶𝘢 𝘦̀ 𝘨𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘰𝘴𝘱𝘪𝘳𝘢, / 𝘦 𝘧𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘱𝘶𝘭𝘭𝘶𝘭𝘢𝘳 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵'𝘢𝘤𝘲𝘶𝘢 𝘢𝘭 𝘴𝘶𝘮𝘮𝘰, / 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘭'𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘵𝘪 𝘥𝘪𝘤𝘦, 𝘶' 𝘤𝘩𝘦 𝘴'𝘢𝘨𝘨𝘪𝘳𝘢. / 𝘍𝘪𝘵𝘵𝘪 𝘯𝘦𝘭 𝘭𝘪𝘮𝘰, 𝘥𝘪𝘤𝘰𝘯: '𝘛𝘳𝘪𝘴𝘵𝘪 𝘧𝘶𝘮𝘮𝘰 𝘯𝘦 𝘭'𝘢𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘰𝘭𝘤𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘢𝘭 𝘴𝘰𝘭 𝘴'𝘢𝘭𝘭𝘦𝘨𝘳𝘢, / 𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘥𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘢𝘤𝘤𝘪𝘥𝘪̈𝘰𝘴𝘰 𝘧𝘶𝘮𝘮𝘰: / 𝘰𝘳 𝘤𝘪 𝘢𝘵𝘵𝘳𝘪𝘴𝘵𝘪𝘢𝘮 𝘯𝘦 𝘭𝘢 𝘣𝘦𝘭𝘭𝘦𝘵𝘵𝘢 𝘯𝘦𝘨𝘳𝘢'. / 𝘘𝘶𝘦𝘴𝘵'𝘪𝘯𝘯𝘰 𝘴𝘪 𝘨𝘰𝘳𝘨𝘰𝘨𝘭𝘪𝘢𝘯 𝘯𝘦 𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘳𝘰𝘻𝘻𝘢, / 𝘤𝘩𝘦́ 𝘥𝘪𝘳 𝘯𝘰𝘭 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰𝘯 𝘤𝘰𝘯 𝘱𝘢𝘳𝘰𝘭𝘢 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘨𝘳𝘢» (Inf.VII. 115-126).
𝗜 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗶𝗿𝗮𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝘀𝗲́ 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗶, 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗶𝗿𝗶𝗴𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗹𝗹’ 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗲́ 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗮 𝗹𝗮 𝗿𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮, 𝗻𝗼𝗻 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗮 𝗱𝗮 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗮𝗴𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝘀𝘂𝗽𝗽𝗹𝗶𝘇𝗶𝗼. L’odio e la furia si celano nel loro cuore, come loro si nascondono sotto la superficie della palude infernale, condannati a gorgogliare in eterno il ritornello della loro disperata tristezza, quella che gli fece in vita negare “𝘭'𝘢𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘰𝘭𝘤𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘢𝘭 𝘴𝘰𝘭 𝘴'𝘢𝘭𝘭𝘦𝘨𝘳𝘢”. Soffrono, insomma, di ciò che San Tommaso descriveva, parlando dell’accidia, come “vuoto di carità”, assenza d’amore e rabbiosa ingratitudine verso la vita.
𝗛𝗼 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝘃𝗮𝗿𝗶𝗲 𝗼𝗰𝗰𝗮𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗮𝗳𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗼 𝗹’𝗼𝗿𝗶𝗴𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 “𝗰𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗲𝗿𝗶𝗮” 𝗱𝗲𝗶 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶, la rabbia inespressa che li dilania, la loro mancanza d’amore e di gioia di vivere. Chi fosse interessato ad approfondire questo tema – e la mia convinzione che, in ultima istanza, la depressione sia l’unica vera malattia mentale – potrebbe leggere un articolo del 19 luglio dello scorso anno (2024), pubblicato sia sulla mia bacheca di Facebook (https://shorturl.at/2tXcG) sia sul mio blog (https://www.emiliomordini.info/.../il-significato-della...). Ora, invece, mi limiterò, come al solito, a poche raccomandazioni pratiche.
𝗣𝗥𝗜𝗠𝗔 𝗥𝗔𝗖𝗖𝗢𝗠𝗔𝗡𝗗𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: Proprio perché al fondo di ogni depressione, dalla più lieve alla più grave, vi è un impulso di rabbia diretto verso gli altri, impastato con i rimorsi per questa stessa rabbia, non ha senso voler rassicurare il malato con argomenti razionali, tanto meno invitarlo a reagire, a farsi forza, a non lasciarsi prostrare dalle eventuali circostanze avverse o dalle proprie fantasie di rovina. Quando, poi, il depresso da voce ai rimorsi che lo tormentano, è insensato cercare di sminuire le colpe che si attribuisce ed etichettarle come scrupoli. Lui percepisce, seppur in modo vago e inconsapevole, di essere intriso di odio e cattiveria: tentare di svalutare questa sua sensazione ottiene soltanto il risultato di farlo sentire ancora più solo e incompreso. Bisogna ascoltare il malato senza voler entrare in merito alle sue idee di tristezza o di indegnità: non compatirlo, non giudicarlo, non dargli consigli, ma far percepire la propria presenza attenta, sempre affettuosa, mai compassionevole.
𝗦𝗘𝗖𝗢𝗡𝗗𝗔 𝗥𝗔𝗖𝗖𝗢𝗠𝗔𝗡𝗗𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: la cura di questi malati è impegnativa, sia perché non si può contare su farmaci davvero efficaci sia perché nessun farmaco lo potrebbe mai essere completamente. Tutti i farmaci a nostra disposizione non agiscono sulle cause della depressione ma funzionano (quando funzionano) quali attivanti del comportamento, come dimostra il fatto che tra i loro possibili effetti collaterali ci sono l’aumento di rischio di suicidio e il manifestarsi di reazioni maniacali. Stanno ora entrando in uso nuove classi di farmaci che sembrano promettenti ma, come accennavo, resta una questione di fondo: nessun farmaco potrà essere mai in grado di generare un sentimento così complesso come la gioia di vivere, che pure è ciò di cui questi malati hanno bisogno. Al massimo, i farmaci possono incidere sulla neurochimica cerebrale, che è una delle concause del disturbo ma non la sua ragione. Quali che siano i trattamenti usati (farmaci di varie classi o cure fisiche come la fototerapia o cicli di elettroshock, a volte efficaci nei casi più gravi e resistenti) è necessario che il malato abbandoni i rimorsi che lo pietrificano e li trasformi in rimpianti per l’amore non dato e non ricevuto. Questi rimpianti dovranno poi favorire la nascita di quel sentimento che già in altre occasioni ho citato come fondamentale nella guarigione dai disturbi psicologici: la nostalgia. In questo percorso, bisognerà stare bene attenti a evitare l’errore più pericoloso: parlare esplicitamente al malato della rabbia che lo divora. Deve essere lui a parlarne, chi lo cura ha il difficile compito di fare “𝘥𝘰𝘭𝘰𝘳𝘦 𝘦𝘥 𝘢𝘭 𝘥𝘰𝘭𝘰𝘳 𝘧𝘪𝘯𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢” (Inf.XIII, 102).
𝗧𝗘𝗥𝗭𝗔 𝗥𝗔𝗖𝗖𝗢𝗠𝗔𝗡𝗗𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘: l’ultima raccomandazione riguarda soprattutto psichiatri, psicologi e psicoterapeuti. Come ho spiegato in altri articoli, la grande varietà di disturbi mentali che conosciamo sembra essere, per alcuni versi, un insieme di difese e di tentativi di autoguarigione dall’unica vera malattia mentale, quella che colpisce l’essenza stessa della psiche, cioè il suo dirigersi verso il mondo e gli altri. La mente è pensabile solo come relazione: una mente, che non sia in continua relazione con il fuori di sé e con la memoria di relazioni passate, si dissolve. Quando, dunque, si cura qualsiasi malattia mentale, con qualunque metodo, si deve sempre stare attenti a non abbattere le difese patologiche contro la depressione, prima che il paziente abbia sviluppato altre difese, più solide e sane. Il rischio è quello di fare un danno superiore a quello della malattia che si voleva curare.



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