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LA LINEA D'OMBRA

  • Immagine del redattore: Emilio Mordini
    Emilio Mordini
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min
Il Viandante sul mare di nebbia (in tedesco Der Wanderer über dem Nebelmeer) è un dipinto a olio su tela del pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich, realizzato nel 1818 e conservato alla Hamburger Kunsthalle di Amburgo. È considerato uno dei capolavori del movimento romantico e una delle sue opere più rappresentative.
Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia (1818)

A un certo punto succede qualcosa. Non cambia nulla, eppure cambia tutto: i lavoro è lo stesso, la casa è la stessa, le persone sono le stesse. Ma quello che prima funzionava, non funziona più. A questa esperienza Conrad ha dato un nome: linea d’ombra.


È la linea che separa una zona di luce da una di ombra. Una zona dove le vecchie certezze si dissolvono e quelle nuove restano ancora indistinte. Nel suo breve romanzo dal titolo omonimo, Conrad racconta la storia di un giovane ufficiale di marina che riceve improvvisamente il comando di una nave. È il momento in cui deve lasciare alle spalle la giovinezza e assumere una responsabilità che fino a poco prima apparteneva ad altri. Non è più un ragazzo, ma non si sente ancora davvero un uomo.


Conrad pensava che la linea d’ombra fosse esperienza solo della transizione tra giovinezza ed età adulta, in realtà, si trova una linea d’ombra in tutti passaggi della vita: quando si esce dall’adolescenza, quando si diventa genitori, quando un lavoro finisce e ne comincia un altro, quando i figli se ne vanno di casa, quando muoiono le persone del nostro passato, quando ci si accorge che il tempo davanti a noi non è più infinito, quando si percepisce che il nostro corpo sta trasformandosi nel corpo di una persona anziana. Prima o poi, capita a tutti e, a volte, accade senza che nemmeno ce ne si renda conto. La linea d’ombra è un territorio incerto, di dubbi e perplessità. Non si ricorda più chiaramente da dove si è partiti e si comprende ancor meno dove si è diretti. L’esperienza propria e quella di chi ci ha preceduto sembrano non insegnare più nulla; ricordi e legami tra passato, presente e futuro ci piombano addosso urlando ma privi di senso; non ci si riesce più a raccapezzare, a trovare un perché a cui ancorarsi.


Le linee d’ombra sono sempre esistite, in ogni società ed epoca. Per un tempo immemorabile, però, questi passaggi non furono lasciati al caso. Furono accompagnati, riconosciuti, condivisi, regolati da “riti di passaggio”. Un antropologo del secolo scorso, Arnold van Gennep, mostrò che questi riti obbedivano a una logica rigorosa.  Scoprì che tutti avevano un doppio valore: da un lato, servivano a proteggere gli individui dal perdere sé stessi attraversando un confine della propria esistenza; dall’altro, erano cerimonie che avevano la funzione di impedire che le trasformazioni sconvolgessero l’ordine sociale e sacro, l’equilibrio tra diverse funzioni civili e religiose, tra purità e impurità. In una parola, i riti di passaggio servivano a proteggere il mondo dall’irrompere del caos.


Negli ultimi due secoli, molti riti di passaggio hanno perso il loro carattere magico-religioso e si sono secolarizzati. Durante il secolo scorso, in molte nazioni, i tradizionali riti di entrata nelle vita adulta dei giovani maschi furono sostituiti dal servizio di leva e si potrebbero portare molti altri esempi simili. Ciò che sta accadendo negli ultimi decenni non aveva, però, mai avuto luogo prima nella storia umana: i riti di passaggio stanno progressivamente e rapidamente scomparendo senza essere sostituiti da nulla. Le persone sono abbandonate a sé stesse nelle innumeri zone di confine che nella vita devono attraversare.


Oggi i cambiamenti non sono governati più da nessuna cerimonia religiosa o civile, da nessuna forma di iniziazione, di preparazione o di accompagnamento. Si nasce e si muore in una corsia di ospedale come bestie in una stalla; si passa da un’età all’altra, da una condizione all’altra, in maniera inavvertita, senza canti di gioia o lamentazioni, senza segni esteriori del cambio di condizione. Così, le persone non si rendono più conto di dove sono, in che punto della loro vita sono giunte e con quali compiti e responsabilità. Anche i linguaggi si confondono: il mondo si sta trasformando nella babele di linguaggi e ruoli di oggi, dove i bambini si credono adulti, i vecchi bamboleggiano da adolescenti, maschi e femmine non si distinguono l’uno dall’altra, una neolingua di oscena bruttezza si sparge come melassa per il mondo, tutto è vero e falso nello stesso tempo.  


Quando si trovano in una linea d’ombra, le persone, senza più riti di passaggio, si perdono. Nel momento in cui ci si accorge di non essere più ciò che si era prima ma di non essere ancora diventati ciò che si sarà dopo, il mondo crolla. Le abitudini di un tempo non funzionano più e quelle nuove non si sono ancora formate: resta solo il disorientamento. Ed è lì che qualcosa comincia a farsi sentire.


È questo il momento in cui alcuni avvertono sintomi fisici, a volte senza una causa chiara, altre volte più concreti, sino all’apparire di vere e proprie malattie. Si possono manifestare varie situazioni di disagio psicologico, dalle più lievi alle più gravi.


Le linee d’ombra non devono mai essere prese sottogamba. Sono sfide in cui si scommette sul proprio destino. Non sono evitabili e chi cerca farlo si condanna a seguire un destino che è stato scritto, senza che lui ne fosse consapevole, dal suo demone. È necessario, invece, fermarsi e capire cosa sta accadendo. Sono momenti da affrontare senza ipocrisie, con onestà interiore, rigore intellettuale e spirituale. Non sempre è possibile farlo da soli. Ma c’è almeno una cosa che dipende quasi interamente da noi: conservare la capacità di autoironia.


Bisognerebbe sapere prendere sempre molto seriamente i problemi della vita, ma stare altrettanto attenti a non prendere mai troppo seriamente se stessi.


“Esageruma nen”, dicevano i vecchi piemontesi.

 
 
 

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ultimo aggiornamento: 17/04/2026

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