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LA PAURA E LE STORIE - Ogni crisi è un giudizio

  • Immagine del redattore: Emilio Mordini
    Emilio Mordini
  • 20 mar
  • Tempo di lettura: 2 min
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𝗨𝗻'𝗮𝗺𝗶𝗰𝗮 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲 𝘀𝘂 𝗙𝗮𝗰𝗲𝗯𝗼𝗼𝗸 𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗲̀ 𝗮𝘃𝘃𝗶𝗮𝘁𝗼 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗿𝗶𝘀𝗶 𝗲𝗻𝗲𝗿𝗴𝗲𝘁𝗶𝗰𝗮, 𝗲𝗰𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗰𝗮 𝗲 𝗮𝗹𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗲𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶, di cui pochi si rendono ben conto. "𝘎𝘶𝘦𝘳𝘳𝘢, 𝘱𝘦𝘴𝘵𝘦 𝘦 𝘤𝘢𝘳𝘦𝘴𝘵𝘪𝘢, 𝘷𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘪𝘯 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘢𝘨𝘯𝘪𝘢" recitava un antico proverbio italiano e davvero guerra, fame e pestilenze sono i tre volti di uno stesso flagello con cui (si credeva e forse non ci si sbagliava) Dio punisce l'arroganza umana. Come reagiscono gli uomini all'apparire di questo mostro a tre teste?


𝗢𝗴𝗻𝗶 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗮 𝗺𝗶𝗻𝗮𝗰𝗰𝗶𝗮 𝘀𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗶𝗹𝗮 𝗮𝗹𝗹’𝗼𝗿𝗶𝘇𝘇𝗼𝗻𝘁𝗲, 𝗹’𝗶𝗻𝗰𝘂𝗯𝗼 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, viene "messo in scena", raccontato. Il modo in cui i singoli e le comunità cercano di gestire un male infinitamente più grande di loro, che li sovrasta, è quello di "raccontarlo". Le paure si affrontano trasformandole in storie: miti, favole, leggende e, oggi, serie televisive, articoli giornalistici, conversazioni social.


𝗟𝗼 𝘀𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗶 𝗴𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶. 𝗡𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗮𝘀𝘀𝗶𝗰𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗶 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗶 𝗯𝗮𝗺𝗯𝗶𝗻𝗶 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗲 𝗳𝗶𝗮𝗯𝗲 𝗮𝗳𝗳𝗼𝗹𝗹𝗮𝘁𝗲 𝗱𝗮 𝗼𝗿𝗰𝗵𝗶, streghe, lupi mannari e mostri d'ogni sorta. Da dove origina un fatto così controintuitivo? Perché una storia, che dovrebbe terrorizzare, invece tranquillizza? In una celebre novella di E.A.Poe, Il crollo della casa degli Usher, il protagonista chiama l'amico accanto a sé con le parole " 𝘓𝘦𝘨𝘨𝘦𝘳𝘰̀, 𝘦 𝘷𝘰𝘪 𝘢𝘴𝘤𝘰𝘭𝘵𝘦𝘳𝘦𝘵𝘦 𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘪̀ 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦𝘮𝘰 𝘪𝘯𝘴𝘪𝘦𝘮𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘵𝘦𝘳𝘳𝘪𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘯𝘰𝘵𝘵𝘦".


𝗡𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮𝗻𝗼 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗲 𝗿𝗮𝘀𝘀𝗶𝗰𝘂𝗿𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗺𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗲 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗼𝘀𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗶 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘁𝗿𝗲 𝗳𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶. Innanzitutto, servono a costruire un senso. Gli esseri umani hanno bisogno di senso più ancora che di sicurezza. Il bambino che chiede continuamente “perché?” non cerca informazioni: cerca un mondo ordinato. In secondo luogo, alla fine di ogni favola si può tirare un sospiro e dirsi: “Per fortuna era solo una favola". Infine, queste storie di creature infernali non sono null'altro che la materializzazione degli incubi che abbiamo dentro. Nascono dalla percezione (confusa ma acuta) che i mostri siamo noi o, più precisamente, che potremmo diventar tali in ogni momento. Per usare le parole di Amleto: "𝘈𝘯𝘤𝘩'𝘪𝘰 𝘴𝘰𝘯 𝘷𝘪𝘳𝘵𝘶𝘰𝘴𝘰 𝘢𝘣𝘣𝘢𝘴𝘵𝘢𝘯𝘻𝘢, 𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘢𝘷𝘪𝘢 𝘮𝘪 𝘱𝘰𝘵𝘳𝘦𝘪 𝘪𝘯𝘤𝘰𝘭𝘱𝘢𝘳 𝘥𝘪 𝘵𝘢𝘭𝘪 𝘤𝘰𝘴𝘦, 𝘥𝘢 𝘱𝘦𝘯𝘴𝘢𝘳 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘢𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘦𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘮𝘪𝘢 𝘮𝘢𝘥𝘳𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘮'𝘢𝘷𝘦𝘴𝘴𝘦 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘰𝘳𝘪𝘵𝘰". Ogni crisi è un giudizio.


𝗟𝗲 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗲, 𝗽𝗲𝗿𝗼̀, 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗳𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝘂𝗻 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼: 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗶 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘃𝗶𝗻𝗰𝗲𝗿𝗰𝗶 che ci sia una minaccia anche quando non c’è. Proprio perché attingono la loro potenza dagli strati più profondi della mente, sono in grado di evocare immagini che hanno il sapore della realtà perché lo sono ma dentro di noi. Al fondo di questo meccanismo, c’è la nostra distruttività, il piacere malato – da cui nessuno è del tutto immune – di vedere il mondo e gli altri soffrire. Consumiamo le nostre piccole vendette nei sogni, quando dormiamo, e nella realtà, quando dorme la nostra ragione. Così, la compiacenza dei mezzi di comunicazione, dell’economia, della politica e della canaglia ci conduce, quasi per mano, a diventare peggiori di quanto già siamo.


𝗗𝗶 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶 𝗲 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶 𝗺𝗲𝗰𝗰𝗮𝗻𝗶𝘀𝗺𝗶 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝘂𝗮𝗹𝗶 𝗲 𝗰𝗼𝗹𝗹𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗼 𝗶𝗻 𝘂𝗻 𝗯𝗿𝗲𝘃𝗲 𝘀𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 che ho appena pubblicato: 𝘌𝘱𝘪𝘥𝘦𝘮𝘪𝘤𝘴 𝘢𝘯𝘥 𝘵𝘩𝘦 𝘙𝘦𝘵𝘶𝘳𝘯 𝘰𝘧 𝘖𝘭𝘥 𝘚𝘵𝘰𝘳𝘪𝘦𝘴 (https://amzn.eu/d/0eVOyLsf)

 
 
 

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ultimo aggiornamento: 17/04/2026

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