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LA VERITÀ · 30/12/2024
Solitudine e isolamento. «La causa è l'incapacità di amare gli altri»
Lo psicoanalista: «Si soffre anche senza isolamento fisico, anzi spesso colleghi e amici non mancano. Il disagio non nasce quando non siamo apprezzati, ma quando siamo indifferenti verso chi ci circonda. L'impegno dell'Oms? Errore medicalizzare il fenomeno»
Intervista di Maddalena Loy · La Verità, p. 13 · 30/12/2024

Ogni volta che un fenomeno ha vasta portata, si usa la parola «epidemia»: è il lemma del secolo. Ma quella della solitudine sembra essere davvero un'epidemia, silenziosa eppur stratificata su ogni fascia sociale e anagrafica.
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Cosa s'intende per solitudine?
«La solitudine è la sensazione profonda di essere soli, a prescindere che lo si sia per davvero. Ci sono persone che, apparentemente, hanno una vita familiare, sociale e lavorativa ricca ma che dentro si sentono disperatamente sole. Essere soli però è diverso dall'essere isolati».
Cos'è l'isolamento?
«Si parla di isolamento quando si è oggettivamente soli. Può essere causato dal vivere in luoghi isolati o dalla mancanza di legami sociali, come è il caso di molti anziani».
Isolamento e solitudine hanno conseguenze diverse sulla salute?
«La solitudine può essere responsabile di gravi problemi psichiatrici e neurologici e, quasi sicuramente, contribuisce allo sviluppo delle demenze, l'isolamento colpisce soprattutto la salute fisica. Nel 1200 fu fatto un terribile esperimento, raccontato dal frate francescano Salimbene de Adam, che viveva alla corte di Federico II di Svevia».
Già nel 1200 si parlava di solitudine?
«Non esattamente. Federico II ordinò ad alcune balie di allattare e accudire un gruppo di neonati sottratti alle madri subito dopo la nascita. Dovevano farlo in silenzio, riducendo al minimo i contatti fisici e affettivi, al fine di scoprire la lingua "originaria" in cui i bebé, in assenza di stimoli esterni, si sarebbero espressi. L'esperimento fallì perché i neonati morirono tutti».
Terribile. L'isolamento può portare alla morte?
«Sì. I neonati non morirono di fame o per mancanza di cure: furono uccisi dall'assenza di affetto. Questa esperienza fu poi confermata da numerose osservazioni condotte nel Novecento. Gli esseri umani hanno bisogno, per vivere, di contatto fisico ancora più che di cibo».
Chi soffre maggiormente di isolamento oggi?
«Bambini e anziani. I bambini sono stati così abituati a vivere davanti a smartphone e computer, che non ricercano più la compagnia umana. Gli anziani vivono sempre più spesso da soli. In Europa, circa il 30% di tutti i cittadini sopra i 65 anni vive solo. In Svezia la percentuale sale al 47%: esiste perfino un'agenzia governativa che si occupa di anziani trovati morti nei loro appartamenti senza che nessuno ne abbia denunciato la scomparsa».
E gli adolescenti?
«Negli adolescenti, isolamento e solitudine tendono a coesistere e complicarsi l'una con l'altra».
In questi casi, molti suoi colleghi parlano di «depressione».
«Ma non lo è, anche se è una situazione che può scatenare la depressione nei ragazzi predisposti. La solitudine emotiva degli adolescenti dipende dal fatto che non si fidano degli altri e non trovano immagini positive con cui identificarsi: si sentono soli perché non hanno adulti da imitare e "ideali" per cui vivere, di conseguenza costruiscono reti sociali basate su rapporti virtuali, finendo per autoisolarsi».
Gli adulti soffrono più di isolamento o solitudine?
«L'adulto ha spesso una rete sociale che lo sorregge, imperniata intorno al lavoro. Il suo problema non è l'isolamento ma, quasi sempre, la solitudine».
Perché ci si sente soli, anche quando si hanno tante relazioni?
«Perché non si è più interessati agli altri. La sensazione più sgradevole che accompagna la solitudine è quella che nessuno di coloro che ci sono vicini possa esserci d'aiuto. Si fantastica su relazioni che non esistono ma si ignorano i colleghi, gli amici e i familiari più prossimi. Così, spesso, la solitudine induce anche all'isolamento».
Da cosa nasce la solitudine?
«Dall'incapacità di amare i nostri simili e da un'indifferenza rancorosa che ci fa sentire soli. Nessuno che sia innamorato, anche se non ricambiato, si sente mai solo: magari è disperato, ma non solo. Non si è soli, dunque, "perché gli altri non ci amano" ma perché noi non amiamo gli altri. Nel nostro mondo regnano superficialità, invidia e indifferenza».
Come mai?
«Una delle cause sta nella perdita del futuro che io chiamo "infinito". Per gli esseri umani esistono due futuri: uno prossimo e uno infinito. Il futuro prossimo è quello del Black Friday — compro oggi per risparmiare domani — e degli acquisti a rate. L'economia moderna è trainata dal futuro prossimo. Il futuro infinito, invece, è quello per cui si costruisce una casa per lasciarla ai figli, si pianta un bosco che non si vedrà mai, si scrive un libro per i posteri e così via: è il futuro visto sub specie aeternitatis. Ci trascende e, proprio per questo, dà senso alla nostra esistenza, la proietta al di là della nostra finitudine. L'economia, però, non sa cosa farsene di questo futuro infinito. Ha tentato di trasformarlo in business con l'ecologia: in parte, ci è anche riuscita, ma ci vuole altro che Greta Thunberg per dar senso alla vita».
Perché la scomparsa del futuro infinito causa la solitudine?
«Perché, come diceva l'economista inglese Keynes, "nel lungo periodo siamo tutti morti" e, per la mente umana, morte e solitudine coincidono. Pensi a come Dante rappresenta l'Inferno: la cosa più agghiacciante nella condizione dei dannati nella Divina Commedia è la loro tremenda, eterna solitudine (con la stupenda eccezione di Paolo e Francesca). L'unico modo di contrastare l'incombere della morte è quello di immaginare un futuro infinito. Una società che cerca di farne a meno è una società che cade vittima di fantasie di morte e condanna i suoi membri alla solitudine».
Nel novembre del 2023, l'Oms ha costituito una commissione per prevenire la solitudine: servirà a qualcosa?
«Sinora, la commissione ha fatto onestamente il suo lavoro. C'è da chiedersi, però, che senso abbia che l'Oms si occupi di tutto. È vero che la salute ha a che vedere con un'infinità di cose ma non tutti i problemi ne guadagnano dall'essere trasformati in questioni sanitarie. Forse, come per l'obesità, l'industria del farmaco è alla ricerca della "pillola contro la solitudine"... Ma solitudine e isolamento non si prestano a essere medicalizzati, sia perché riguardano fenomeni economici e sociali molto complessi, sia perché affondano le loro radici negli strati più profondi dell'animo umano, quelli che scienza e medicina faticano a comprendere e su cui, spesso, farebbero meglio a tacere».
Nella stessa doppia pagina, l'articolo di Maddalena Loy «Giovani iperconnessi e soli. I rischi (anche per la salute) di una "epidemia" nascosta» e un riquadro sulla solitudine dei geni, da Van Gogh a Bobby Fischer.