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LA VERITÀ · 04/03/2024
Ossessionati da cibo e farmaci. «Il cibo ci ossessiona. E per ogni problema cerchiamo farmaci»
Lo psicoanalista: «Si è perso il senso del mangiare, quindi pure del vero digiuno. Siamo una società di bulimia a basso costo»
Intervista di Maddalena Loy · La Verità, p. 13 · 04/03/2024
«Viviamo in un mondo ossessionato dal cibo. La nostra è una società di bulimia a basso costo», dice lo psicoanalista Emilio Mordini, già docente universitario di bioetica e di etica.

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Spopolano i farmaci anti-obesità…
«È una moda che arriva dagli Usa. Oggi c'è la tendenza a ridurre i problemi che riguardano gli esseri umani a problemi di tipo biologico, affrontabili a livello molecolare».
Ad esempio?
«Prendiamo proprio l'obesità, dovuta all'eccessiva ingestione di cibo più che ad altre ragioni metaboliche o endocrine. La tendenza della scienza moderna è dire che l'eccessivo mangiare è dovuto a uno squilibrio dei neuromediatori, per cui per diminuire la voglia di mangiare bisogna riequilibrare alcune sostanze chimiche all'interno del cervello».
Cos'è che non quadra di questa diagnosi?
«Tutto. Anche se non c'è dubbio che i nostri pensieri abbiano un qualche corrispettivo nel chimismo cerebrale, la mente umana non è spiegabile soltanto in termini di neuromediatori».
Perché no?
«Chi crede che la ragione dell'obesità risieda soltanto nella biochimica è simile a chi crede che il motivo per cui Manzoni ha scritto i Promessi Sposi è perché aveva le mani per scrivere, carta e penna. Rientra in quel processo che una volta si chiamava medicalizzazione della vita: si trasformano le questioni umane in problemi medici affrontabili soltanto dagli "esperti"».
E oggi come si chiama?
«Non parlerei più soltanto di medicalizzazione ma di una "farmacologizzazione" di tutti i problemi umani: tutto diventa risolvibile con i farmaci. Intervenire sul processo biochimico è più semplice. Perché dovrei fare una dieta se con un farmaco dimagrisco? Ed è la risposta che si dà non solo all'obesità ma a un numero crescente di altre patologie».
Perché s'ingrassa?
«Perché si mangia più di quanto si avrebbe necessità. Spesso questo mangiare in eccesso è sintomo di un disagio psicologico. In altre parole, anche se obesità o sovrappeso sono sintomi fisici, la "malattia" è di tipo psicologico».
Dovuta a cosa?
«A tanti motivi. Alcune persone ingrassano inconsapevolmente per rendere meno evidente la propria identità sessuale "seppellendo" le forme sotto montagne di grasso ed essere meno "sessualmente appetibili": una sorta di fluidità sessuale ante litteram».
Ci sono altre cause?
«Mangiare è uno dei primi piaceri che impariamo già da neonati e rimane alla portata di tutti, a differenza di altri piaceri».
Come siamo arrivati all'epidemia di obesità?
«Non sono tanto convinto che, almeno in Italia, ci sia. Probabilmente esiste negli Stati Uniti e in altri Paesi ma da noi la situazione è diversa. Certo, molte persone hanno stili di vita che andrebbero migliorati, mi sembra però che si tenda a enfatizzare troppo la situazione. Ho quasi l'impressione che alcuni "esperti" stiano cercando di convincerci dell'ennesima emergenza medica che ha come fine far vendere più farmaci».
Come definirebbe l'obesità, dunque?
«L'obesità è diventata, per la prima volta nella storia dell'umanità, la malattia dei poveri e non dei ricchi».
Com'è possibile?
«Semplice, il cibo spazzatura non costa niente».
In effetti è vero che la gente spesso mangia troppo e male: basti pensare ai ristoranti «All you can eat»…
«La nostra società si regge su una bulimia a basso costo, non solo di cibo ma di ogni tipo di merce, spesso di cattiva qualità. Viviamo in un mondo di abbondanza nella povertà. Da un lato diventiamo sempre più poveri, dall'altro siamo invitati a consumare solo prodotti scadenti e spesso inutili (compreso il cibo in eccesso e poco salutare)».
Siamo appena entrati in Quaresima ma non si osserva neanche più il digiuno…
«Il digiuno, come tempo di astinenza, attesa e pausa, non è più concepito quasi da nessuno e anche la Chiesa ha molta difficoltà a proporlo. Le persone non riescono più nemmeno a pensare che si debba aspettare per soddisfare un desiderio: ingozzarsi è ormai moralmente accettato».
È andata perduta l'arte della tavola, della mise en place.
«È così. Non si mangia quasi più a orari fissi, si mangia quando si ha fame, entrando in un bar o, se si è a casa, aprendo il frigo. Si apparecchia la tavola raramente e non si riceve più. È un involgarimento dell'intera cultura del mangiare».
E i movimenti slow food?
«Sono l'altra faccia della medaglia. Manifestano in qualche modo un desiderio di sottrarsi al mondo del cibo spazzatura, ma, alla fine, sono caricature: non esprimono un vero cambio di mentalità ma rimangono atteggiamenti esteriori per apparire "intenditori", spesso senza esserlo».
Il veganesimo non è una cultura del cibo?
«In origine, alcune comunità si cibavano in un modo piuttosto che in un altro per crearsi un'identità, religiosa o tribale: pensi ai divieti alimentari della religione ebraica o di quella islamica, oppure a quelli legati a certi periodi dell'anno tra i cristiani. Oggi succede lo stesso con le mode alimentari, ma si tratta di identità "di plastica"».
A proposito di identità, non si può non ricordare il cartone Europa e Italia ideato da Bruno Bozzetto nel 1999. Mostrava la differenza tra gli europei omologati e gli italiani, che al bar chiedono ognuno un caffè diverso (corretto, macchiato caldo, al vetro, ecc.).
«Il suo bell'esempio fa capire com'è cambiato il mondo. La cultura italiana ha sempre usato il cibo per costruire nicchie identitarie che corrispondessero alla sua realtà geopolitica; oggi invece le persone cercano di distinguersi con le "intolleranze alimentari". Si è medicalizzato il cibo, come dicevo».
Essere magro, viceversa, corrisponde ad avere valore…
«Poiché l'obesità è diventata un tratto distintivo dei poveri, il ricco pensa che se non vuole essere confuso con loro deve essere magro».
Cosa dovrebbe fare il governo per contrastare l'obesità?
«Nel breve periodo si dovrebbe riabituare la gente a mangiar meglio, non tanto con misure educative calate dall'alto, quanto difendendo concretamente le culture locali e il commercio di prossimità».
Quindi lei è un fan della «sovranità alimentare»…
«Certo! È importante difendere la realtà italiana, fatta di piccoli comuni con le loro tradizioni alimentari. Ma non facciamoci fregare dai chilometri zero, che sono la caricatura del cibo "sovrano"».
O sano…
«Eh no! Non usi anche lei questa parola che medicalizza il cibo!».
Cosa possiamo fare, invece, nel lungo periodo?
«Dovremmo riportare le persone al piacere dell'armonia e della bellezza anche nel modo di mangiare, come espressione del vivere sociale, del vivere insieme».